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Civitanova Danza Focus Danzare il pubblico

Civitanova Danza Focus Danzare il pubblico

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Per la seconda giornata di festival nel festival di Civitanova Danza – sabato 9 agosto – e dopo l’interessante incontro su “quale danza mostrare e a chi” avvenuto il 19 luglio (leggi l’articolo), ha avuto luogo un altro focus con alcuni esperti del settore dal titolo Danzare il pubblico. Dal momento in cui l’audience development è una dicitura all’ordine del giorno, dai programmi europei ai community project, per far sì che si riduca la distanza tra scena e platea, il direttore Gilberto Santini ha invitato a discuterne una coreografa, Ambra Senatore, un critico di danza e docente al Dams di Torino, Alessandro Pontremoli, e un critico-danzatore, Nicholas Minns.

Santini - Senatore - Minns - Pontremoli
Santini – Senatore – Minns – Pontremoli

Dopo una brevissima presentazione del progetto europeo Project Caravan, che in 3 anni ha cercato di mettere in collegamento le comunità teatrali in Europa e che cerca ora di svilupparsi ulteriormente concentrandosi sui pubblici di queste stesse comunità, Alessandro Pontremoli ha toccato, in un discorso molto corposo – e allo stesso tempo ironico e pieno di spunti illuminanti -, diversi punti cardine che riguardano la danza e il suo pubblico, ribadendo «la cruciale centralità dello sguardo nella relazione che si stabilisce tra chi si pone nella situazione di osservare e chi si colloca volontariamente dentro la prospettiva di quello sguardo per essere guardato mentre vive l’esperienza di una corporeità danzante.» Nel sottolineare come tutti i ruoli siano in crisi (dal danzatore al coreografo, dalla compagnia al critico), si è chiesto cosa rappresenti oggi il corpo che danza: «Il corpo è sempre un medium, stabilisce una relazione dialettica tra una dimensione personale irriducibile e una socialità condivisa.» Però, ritornando agli sguardi definiti sopra e a questa relazione dialettica, ciò a cui si assiste oggi è uno ‘scollamento’: da una parte c’è un forte attivismo di giovani danzatori che si lanciano in una prassi di azione politica, dall’altra una riduzione di pubblico notevole dato che i coetanei che assistono agli spettacoli trovano spesso una progettualità debole, strumenti non adeguati e soggetti inconsapevoli del loro portato culturale.
Quello che quindi si sta verificando, ha aggiunto Pontremoli, è il fatto che i pubblici non sono più identificabili, ma occasionali: «il pubblico di danza – ristretto e specifico – è generalmente occasionale, riconosce un certo tipo di linguaggio e quindi è in grado di ritenere che quello possa essere uno spettacolo degno di essere visto perché ne conosce la dimensione mediatica.» Tanti sono i dati allarmanti che poi il critico ha lanciato: dalle colpe dell’università alle istituzioni, per passare poi in dettaglio anche le scuole di danza (con il più alto numero di iscritti in Europa, un vero e proprio controsenso dato che questi ragazzi non vanno a vedere spettacoli di danza).
Per concludere lo studioso ha cercato di suggerire una serie di proposte da cui si potrebbe ripartire, puntualizzando cosa può fare l’università: aiutare i giovani a rivitalizzare la facoltà dell’immaginario; educare alla memoria storica della danza; allenare e affinare l’esercizio critico nell’educazione dello sguardo perché solo se c’è un ‘processo affettivo’ di riconoscibilità di sguardi si può superare l’essere un semplice spettatore voyeuristico; formare continuamente le insegnanti di danza al ‘fare danza’ affinché i ragazzi non si chiudano dentro un universo di narcisismo; ripensare la danza con la danza (con l’esempio dell’importanza fondamentale dei neuroni specchio). 

foto-1-2A seguire Nicholas Minns ha iniziato il suo intervento citando la famosa frase dell’autore Antoine de Saint-Exupéry “l’essenziale è invisibile agli occhi” per descrivere come in un “prodotto” di danza quello che il pubblico non vede è tutto il processo che gli artisti percorrono per arrivare al risultato finale. Seguendo da vicino il lavoro di Andrea Gallo Rosso, Minns ha infatti compreso come ci siano diversi approcci alla danza e come questi si intreccino profondamente alla vita privata di ogni singolo ballerino. La danza riflette quindi un’esistenza privata, portando nell’evento spettacolare una essenzialità che è celata agli occhi del pubblico. Il discorso del critico inglese ha quindi messo a fuoco la differenza tra prodotto e processo: tutte le forme d’arte sono infatti dei processi che noi trattiamo, sbagliando, come meri prodotti pronti al consumo e soprattutto acquistabili; al contrario, i processi sono imprevedibili, non valgono soldi e non sono vendibili ma sono allo stesso tempo essenziali. Ciò che Minns ha suggerito è quindi di invitare il pubblico a far parte del processo creativo, innescando una connessione costante tra artisti e spettatori. Ecco i suoi consigli: fare gli incontri post e pre-spettacolo; articoli sulla stampa nazionale (anche se questi rappresentano un grosso problema con la cristi editoriale e del settore); mettere in streaming il processo di alcune compagnie e non soltanto il prodotto finale in modo che il pubblico si senta più coinvolto e parte di ciò che andrà a vedere; far sì che la danza venga presa in considerazione come le altre arti. Per quest’ultimo punto Minns ha espresso l’importanza, fondamentale, di trovare il modo di tradurre la danza in parole per comunicare al mondo in maniera più ampia. Una persona che è riuscita a farlo è Laurence Louppe che ha spiegato come il pubblico sia chiamato a esplorare il processo della danza, perché questa arte può coinvolgere sentimenti legati all’espressione umana.

Sollecitato da alcuni interrogativi, Santini ha chiesto poi il punto di vista di una coreografa,  invitandola a indagare un concetto per lui basilare, ossia se l’arte e la danza abbiano bisogno di premesse oppure sia meglio avere uno sguardo vergine. Ambra Senatore, forte della sua esperienza francese che l’ha impegnata negli ultimi anni, ha risposto che si dovrebbe creare una sorta di “abitudine”, nel senso più positivo del termine, affinché andare a uno spettacolo di danza non sia vissuto con distacco e lontananza, ma rientri nella normalità. «Vorrei che fosse fatto di tutto affinché la danza non sia percepita distante o che faccia paura. La danza è corpo – corpo che tutti abbiamo – ma non lo conosciamo.» Ritornando alla Francia ha ribadito come in quel territorio cerchino, con tutte le modalità più disparate, di costruire momenti di incontro. Un esempio che la Senatore ha riportato, e ha colpito tutti i presenti, è stata l’idea, avuta da una amministrazione francese, di fare un laboratorio teatrale, non per il semplice pubblico, ma per tutti i dipendenti comunali. «Quella di praticare il teatro e la danza – anche da chi è semplice spettatore – può creare una comunione di esperienze e una abitudine al fatto spettacolare, accendendo il desiderio.»
A questo discorso si è legato Pontremoli spiegando come «più si guarda più si diventa competenti perché a livello neuronale si attiva qualcosa.» Altro punto da prendere in considerazione è però anche il livello culturale: «bisogna creare un habitus culturale relativo alla danza, dove si possa imparare fin da bambini a leggere e guardare la danza.»  Solo così si può allargare il pubblico di domani, facendo sì che la danza rientri tra i normali appuntamenti della vita.

Carlotta Tringali

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