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Danza, classici e memoria a Civitanova Danza Focus 2016

Danza, classici e memoria a Civitanova Danza Focus 2016

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Classici e memoria per guardare avanti, al futuro, senza dimenticare il bagaglio che ci dovremmo portare sempre dietro perché ci arricchisce come esseri umani, come esseri pensanti. Il festival Civitanova Danza quest’anno ha voluto ragionare intorno a queste due tematiche, invitando alcuni esperti del settore a discuterne, confrontarsi e stimolare il dialogo.

foto di Manuel Cafini
foto di Manuel Cafini

Sabato 16 luglio, presso l’Hotel Miramare, Civitanova Danza Focus aveva come titolo Ripensare i classici: al tavolo il critico de Il Sole 24 Ore Marinella Guatterini e di delteatro.it Silvia Poletti, coordinate da Gilberto Santini, hanno portato i loro ragionamenti intorno alle proprie esperienze e idee. Alla domanda “che cosa è un classico?” Guatterini ha suggerito la definizione che aveva già utilizzato per il suo libro l’ABC del Balletto: è un balletto che perdura nel tempo perché ha una struttura drammaturgica e coreografica che soddisfa, a prescindere dal periodo storico in cui viene rappresentato, le aspettative del pubblico; contemporaneamente una formulazione di classico pesca in un abisso onirico e fiabesco che perdura al di là dalle epoche storiche. Il critico riporta quindi l’esempio di Romeo e Giulietta, storia che travalica il tempo perché la vicenda dei due amanti è universale: l’aspetto classico pesca nella vita profonda dell’umanità intera.

Guatterini porta poi l’esempio de Il lago dei cigni, grande classico, e di Giselle, in cui l’episodio delle Villi richiama la storia di Pentesilea: l’antichità risuona nella classicità, così come la pienezza di significati e di valori. Silvia Poletti ha invece rivolto l’accento su altri fattori come l’interpretazione dei danzatori e alla reinterpretazione dei coreografi. Ha spiegato come non siano poi moltissimi i veri classici, mentre molte sono le opere che hanno vissuto una revisione diventando così classici aperti di altra forma. Emblematico è l’esempio de Lo Schiaccianoci in cui il tema onirico affonda in quello che sarà poi alla base della psicoanalisi: in questo caso il classico è diventato tale grazie alla musica di Čajkovskij; ma non si deve considerare un classico per eccellenza, perché “zoppo”, ossia mancante di una coreografia di riferimento. Poletti ha specificato come siano tre i veri grandi classici: Giselle, Il lago dei cigni e La bella addormentata perché perfetti nella loro composizione drammaturgica, musicale e coreografica. Nell’800 l’attenzione era più rivolta a produrre il nuovo, mentre oggi si sta più attenti agli aspetti commerciali dello spettacolo e quindi si cerca di produrre un’opera perfetta da tutti i punti di vista. Poletti ha continuato facendo riferimento agli anni ’80, momento storico in cui si cercava un confronto con il classico: passato alla storia è l’operazione radicale fatta da Neumeier nel 1976 su Il lago dei cigni; successivamente quella fatta da Mats Ek su Giselle. Il critico di delteatro ha infine sottolineato come l’eredità culturale sia una grande fonte di ispirazione: la si può prendere e ripensarla con la propria sensibilità.

Guatterini, Poletti - foto di Manuel Cafini
Guatterini, Poletti – foto di Manuel Cafini

“Il classico appartiene alla nostra storia, alla nostra vita, alla nostra società in quanto uomini. La musica – astratta – compensa l’elemento onirico drammaturgico che appartiene al nostro dna” ha spiegato Guatterini continuando a specificare come la compagna di strada del balletto classico non sia la coreografia ma la musica in quanto le immagini, nella loro concretezza, si infilano sottopelle. Ogni grande coreografo ha lasciato il suo segno e la sua Weltanschaung ma non crea dei classici: il classico è ripetibile e reinterpretabile mentre un’opera di Dubois o della Childs, per esempio, è irripetibile e non la si può rifare a seconda della propria sensibilità. Secondo Guatterini l’ultimo ambito ripercorribile e ripetibile è stato quello dei Ballets Russes: ci sono state riprese e rivitalizzazioni delle opere dei Balletti Russi come L’après-midi d’un faune per esempio. Stimolata da Gilberto Santini, Silvia Poletti ha sottolineato come non ci sia un approccio giusto o sbagliato al materiale classico; la scienza della filologia applicata alla danza non è percorribile e quindi ci si chiede sempre come si debba affrontare un classico: ci può essere una revisione, una ricostruzione, una ricontestualizzazione e tutte queste forme possono avvenire contemporaneamente nello stesso tempo storico perché convivono. “Qualsiasi approccio oggi è accettabile, sono i posteri a decidere quale valore dare all’impresa”. Guatterini ha aggiunto come sia impossibile parlare di filologia della danza perché è un’arte che si basa su dei corpi che mutano continuamente.

Per concludere il Focus Santini ha chiesto se con il classico si può fare tutto. A rispondere per prima Poletti che ha suggerito come ci debbano sempre essere degli elementi di richiamo (un gesto, una partitura musicale, un testo): basta poco, ma il desiderio di riconoscimento è importante per avere degli stimoli che rimandino al classico. Marinella Guatterini ha aggiunto come il titolo sia lo specchio del lavoro, ma non è la danza che vale più della coreografia, deve essere il contrario. Chi guida i ballerini deve avere un pensiero dietro: è il coreografo che trasfigura i danzatori e attraverso il loro movimento fa trapelare la propria visione di classico.

Focus_6agosto2016Il secondo Focus – che si è svolto sabato 6 agosto sempre all’Hotel Miramare – era dedicato a Danza e Memoria: l’argomento è nato dalla presentazione del volume Danza e Rinascimento. Cultura coreica e buone maniere nella società di corte del XV secolo di Alessandro Pontremoli, pubblicato da Ephemeria, casa editrice di Macerata. Stimolato dalle domande del direttore Santini, che per rompere il ghiaccio ha chiesto quanto sia importante la memoria per uno spettatore, lo studioso ha espresso in modo affascinante le sue opinioni a riguardo. Ha specificato come per uno storico della danza la memoria sia fondamentale: se prima della storia c’è la memoria, ora possiamo parlare della memoria della storia ossia si assiste a un ribaltamento della gerarchia. La danza lascia tracce – che partono dal corpo – e per questo si può dire che lascia memoria. Ma cosa è la memoria? Un processo di costruzione dell’immaginario all’interno del soggetto. Non è stabile perché nel tempo si arricchisce e si trasforma, evolve come il soggetto che l’ha elaborato. Pontremoli ha ripreso poi il tema del riconoscimento – di cui si era parlato anche in un precedente Focus, qui un ricordo dell’argomento  – per poi arrivare a definire una sorta di gerarchia della memoria, formata da traccia documentaria, sguardo critico e critica della testimonianza: questi tre elementi costituiscono il paradigma di sapere che è la storia. Lo studioso ha specificato poi come lo sguardo sia fondamentale nella memoria: esiste quello emico, ossia interno, è lo sguardo del nativo, del come guardano la danza gli uomini dentro un certo contesto; e poi c’è lo sguardo etico, ossia lo sguardo dello storico che non è eliminabile. Lavorare sul passato significa mettere in dialettica questi due sguardi e capire cosa si è prodotto in termini storici.

Santini e Pontremoli
Santini e Pontremoli

Pontremoli ha poi raccontato come i primi documenti di danza siano nati nel ‘400, momento storico in cui la danza veniva insegnata dai precettori ai figli dei nobili in qualità di passatempo. Gli scritti che si hanno riportano quindi la testimonianza di questi precettori che riportavano la vita educativa dei ragazzi a cui insegnavano i passi di danza. I documenti più importanti che si hanno sono di Domenico da Piacenza e di Guglielmo Ebreo da Pesaro. Nel ‘400 non c’era ancora la rappresentazione, l’idea di mostrare al pubblico la danza: era una disciplina terapeutica, rituale; nel ‘500 diventa teatrale con la forma degli intermedi e vi è uno sguardo esterno che delega un altro a danzare (solitamente un cortigiano, un amateur), ed è questa la figura del corago, antenato di quello che oggi potremmo chiamare producer. A sostenere l’importanza di Domenico da Piacenza è stata anche Marinella Guatterini che, presente tra il pubblico in ascolto, ha sottolineato come la frase di Domenico “Bisogna danzare per fantasmata” fosse l’intuizione di un genio che vale ancora oggi: questo uomo è stato il primo a intuire la necessità della coreografia e della necessità di avere un fuoco dentro per rincorrere qualcosa di irraggiungibile.

In conclusione, Pontremoli ha spiegato come nelle varie epoche il corpo sia stato sempre strumentalizzato dal potere. Basti pensare al ‘400 momento in cui la danza serviva al nobile per differenziarsi dal suddito: era un test di riconoscimento sociale per regolamentare la società in una logica gerarchica molto precisa.

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