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Parlando di “lingua ignota” con Simona Lisi e Paolo Bragaglia

Parlando di “lingua ignota” con Simona Lisi e Paolo Bragaglia

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Simona Lisi
Simona Lisi

Recanati sta diventando una vera e propria Officina Creativa. Per una settimana  (dal 12 al 17 gennaio), il Teatro Persiani della Città della Poesia si è trasformato in una residenza, una speciale “casa artistica”, per accogliere il processo creativo di Simona Lisi e della sua compagnia. L’artista – attrice, danzatrice, autrice, pedagoga, direttrice del festival Cinematica, immagine in movimento – ha iniziato a lavorare a un progetto dal titolo Lingua ignota, ispirato alla figura poliedrica di Santa Ildegarda, vissuta nel Medioevo. Per questa sua nuova opera ha avviato una stretta collaborazione con Paolo Bragaglia, compositore elettronico e direttore del festival Acusmatiq di Ancona. Per l’occasione li abbiamo incontrati al Teatro Persiani di Recanati ed è nato un piacevole dialogo per conoscere meglio il loro lavoro.

Come nasce il progetto di Lingua Ignota?
S
Il lavoro nasce da un interesse sulla figura di Ildegarda che va aldilà dello spettacolo: la sua poliedricità – era santa, ma anche guaritrice, musicista, compositrice, e molto altro – mi ha sempre affascinato e da tempo pensavo di farci uno spettacolo. Un giorno, recandomi in studio da Paolo, con cui stavo già collaborando per altri progetti, ho sentito un suo pezzo dal titolo Hildegard: ho pensato che il riproporsi di questa figura non fosse un caso e mi è tornata la voglia di farne uno spettacolo.

Paolo, il tuo pezzo si chiamava Hildegard proprio in riferimento alla stessa figura?
P
Assolutamente sì, Ildegarda era una grande compositrice di musica liturgica del medioevo e sono partito dalla rielaborazione di una battuta di un suo pezzo musicale.
S Proprio da lì è partita l’immaginazione e ho scritto il progetto partecipando al bando di Teatri del Sacro; avevo già presentato un progetto su Ildegarda anni fa ma non era stato preso, si vede che non lo avevo esposto nel momento giusto…

Lingua ignota_Simona LisiHai quindi scritto un nuovo progetto per l’occasione?
S Ho riscritto il progetto completamente da un altro punto di vista, ossia prendendo in considerazione proprio la lingua ignota: Ildegarda ha coniato 23 lettere creando una sorta di lingua di comunicazione con il sacro (almeno così viene interpretata). Nessuno sa niente circa queste lettere, questa lingua era veramente segreta.
P Il linguaggio è musica prima di essere senso; dal mio punto di vista, non ha importanza se le parole significhino qualcosa o meno, perché già il fatto stesso che il linguaggio abbia una sua urgenza, esigenza e finalità – ovviamente in un’ottica dell’esplorazione metafisica – è quanto di più affascinante possa esserci dal punto di vista del pensiero musicale…
S …e anche da quello del linguaggio teatrale, come diceva Wittgestein “Su ciò che non si può dire è meglio tacere”, allora questo è un modo per non tacere ma evocare. Stiamo cercando varie direzioni musicali e allo stesso tempo utilizzando diversi linguaggi – io uso danza, movimento, parola e canto; inoltre l’idea è di stimolare anche gli altri sensi – vorrei sperimentare per esempio con i profumi – ma ci vogliono maggiori risorse. In questa prima fase di lavorazione del progetto il team è formato oltre che da me e Paolo, anche da Silvia Fiorentino, un’artista visiva milanese trapiantata ad Ancona, a cui ho chiesto di fare costume e scene. Lei lavora molto sulla materia in senso organico e ha un forte interesse per le tematiche del femminile e del sacro, ha progettato un vestito-scultura che si trasforma, si scompone, nasconde delle cose.

E per quanto riguarda l’impianto visivo dello spettacolo?
S Per ora stiamo utilizzando la struttura centrale del cerchio – tema che si ripeterà in più modi, anche a livello musicale, coreografico; inoltre mi piacerebbe utilizzare degli ologrammi, ma questo avverrà più in qua, ora stiamo semplicemente esplorando il materiale musicale, coreografico, testuale; siamo in fase embrionale.

I testi che vengono usati nel progetto da dove provengono?
S Sto rielaborando alcuni scritti di Ildegarda. Alcuni testi li scrivo io, ma per lo più sono testi suoi.

Essendo Ildegarda una figura poliedrica, mi piacerebbe sapere se c’è un aspetto che ti interessa indagare più degli altri.
S Mi piace questo suo non avere i confini, confini uniti dalla musica, che è l’armonia delle cose che lega il tutto. Inoltre mi interessa il sacro quando esplorato in maniera non dogmatica. Poi oltre la sua poliedricità, mi intriga la sua figura fortemente femminile: infatti nei miei lavori passati ho sempre esplorato queste figure come Cassandra, la Sibilla.

Interessante l’accostamento della lingua ignota di Ildegarda ai linguaggi di musica e danza – due linguaggi ignoti e allo stesso tempo universali, che riescono ad arrivare allo spettatore. Come si può trasferire questa lingua ignota nella danza e nella musica?
S Si tratta di “non dire”, “non affermare”, ma suggerire attraverso varie possibilità.
P Quando non si riesce a esprimere una cosa per la sua natura ineffabile attraverso il linguaggio ordinario si cerca di esprimerla attraverso un’arte diversa che sottrae; non perché quella cosa che non abbia senso, ma perché è un senso che richiede di essere espresso con altri mezzi che vanno aldilà della comunicazione verbale. La lingua ignota è una forma molto complessa da affrontare ma molto affascinante proprio per questa sua similitudine con le arti.

Come pensate di intrecciare i vari livelli drammaturgici (danza, testo, musica) sulla scena?
P Cerchiamo di affidarci al nostro istinto, di meditare sul senso estetico e proprio dello spettacolo in relazione al mondo di Ildegarda. Non c’è un regime dato e una struttura codificata, per cui è molto rischioso ma anche stimolante.
S Per noi i sensi sono fondamentali per la comprensione. Ildegarda diceva che insieme alla razionalità, i sensi completano la nostra conoscenza. Nel quotidiano usiamo due sensi soprattutto, udito e vista, anche in modo troppo settoriale. Mi piacerebbe suggerire più piani sensoriali e semantici in modo immediato, senza passare troppo per la razionalità. Per me il linguaggio teatrale è proprio questo: non c’è confine tra teatro, danza e musica, si passa da una cosa all’altra in maniera naturale, stratificando i linguaggi, e la visione si completerà all’interno dell’universo percettivo dello spettatore. Anche Ildegarda andava su tutti i piani, senza però mai perdere di specificità.

 Intervista a cura di Carlotta Tringali

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