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Il tram di Latella nelle Marche

Il tram di Latella nelle Marche

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Non lasciano indifferenti alcuni spettacoli. Come in altre città e regioni, sono passati nelle Marche e hanno  lasciato un segno. Devono essere ricordati, approfonditi per le loro peculiarità e per questo abbiamo pensato di aprire una finestra dove si possono trovare sguardi eccellenti di chi è riuscito a farne un’analisi completa. In questa sezione leggerete le recensioni di critici e studiosi, come fosse una piccola rassegna stampa, che aiutano ad accompagnare la “digestione” di grandi spettacoli.

Inauguriamo la rivista Lost&found con gli articoli relativi a Un tram che si chiama desiderio per la regia di Antonio Latella, andato in scena a Jesi il 24 e 25 marzo.

“Sono i prodigi del teatro odierno, sono i misteri del teatro di ogni tempo: prendi le distanze dal testo, lo osservi e lo analizzi come dall’esterno, rinunci a darne una fedele rappresentazione. Lo strappi alla sua naturale ambientazione, collocandolo in uno spazio astratto, fra microfoni e proiettori a vista, attori in felpa e t-shirt. Eppure il testo, imprevedibilmente, funziona lo stesso, continua a dire tutto ciò che dovrebbe dire: anzi, funziona meglio, perché scrosta i comportamenti dei personaggi dalle infinite stratificazioni che il nostro sguardo di spettatori ha via via depositato su di essi, riportandoli all’originaria tensione emotiva. Antonio Latella sta diventando un maestro di operazioni di questo tipo: lo si era visto chiaramente, sei anni fa, nel suggestivo Studio su Medea, in cui smontava la tragedia riducendola a un aggregato di azioni pre-verbali. Lo si era visto nella scorsa stagione in Lear, in cui il dramma shakespeariano era il mero canovaccio di  uno spettacolo in fieri, dove l’ottantacinquenne Giorgio Albertazzi trasponeva i conflitti tra il re e le figlie nelle dinamiche dei rapporti fra un anziano attore e i suoi giovani colleghi, attorno al tavolo delle prove. E lo stesso avviene ora in Un tram che si chiama desiderio, allestito dal regista per Emilia Romagna Teatro.”

Renato Palazzi per Myword.it
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“Un ingigantirsi del volume e un fare la voce grossa da parte dei personaggi rispetto al mondo di menzogne che li racchiude e in cui persistono a nascondere se stessi, la loro anima: a dispetto dunque di quanto possano gridare e mostrarsi vivi a chi li guarda, cambiando a vista abiti e posture (talvolta da statue), così come spostando pezzi della scenografia; e per quanto, infine, possano dimenarsi (o meno) su esplosioni di musica hard rock che si sospende per un intervallo nell’aria, ma poi scompare lasciandoli alfine nel buio e soli, isolati magari in una sagoma di luce espressionista in grado di rilevarne le ambiguità e le distorsioni. Perché bisogna pure aggiungere che, per la maggior parte del tempo, la messinscena ha luogo sotto i riflettori della sala completamente illuminata; con delle sferzate abbaglianti – tra l’altro – provenienti da una schiera di spot siti sul fondo della scena, sparate negli occhi di chi si sistema in platea prima dell’inizio e durante l’intervallo della rappresentazione.”

Damiano Pignedoli per Dramma.it
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“Il regista ormai diviso tra Germania e Italia scegliendo Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams – produzione Ert e Stabile di Catania – pesca dal mazzo una delle carte più rischiose. Sceglie un classico che si porta dietro cumuli di riverberi, come fantasmi nella mente dello spettatore si agitano le interpretazioni Marlon Brando, la versione  cinematografica di Kazan e il mito dell’Actors Studio di Strasberg, senza dimenticarci dei palcoscenici nostrani calcati da interpreti del calibro di Marcello Mastroianni. Per affrancarsi da quei munumenti Latella depura il lavoro di qualsiasi classicismo stilistico, e lo fa a tutti i livelli: dalla scena, all’utilizzo delle luci, fino al trattamento del materiale drammaturgico.”

Andrea Pocosgnich per Teatroecritica.net
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“L’esito è uno spettacolo straziante, sempre ai confini fra realtà e finzione, che se da un lato, con tutti quegli accorgimenti, impedisce di seguire dall’interno la disgregazione individuale e relazionale dei protagonisti, dall’altro trascina lo spettatore nei meandri stessi della follia rappresentata. Dopo scene e scene quasi interamente “rassicuranti” sulle linee dell’astrazione, ci si trova assorbiti nel mondo di Blanche, intrappolati a lottare con un’immedesimazione inaspettata, a trovare dannatamente fuori luogo quei tocchi di realismo, senza sapere bene il perché.”

Roberta Ferraresi per Iltamburodikattrin.com
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“La descrizione dettagliata e naturalistica dell’interno borghese, la recitazione analitica di quanto fa Blanche, la restituzione al pubblico di una sorta di sceneggiatura cinematografica a cui non corrisponde la reazione della diretta interessata sono i mezzi con cui Antonio Latella chiede allo spettatore di percepire e di condividere la dissociazione, la vita immaginata della protagonista, ma anche la fredda messa in atto di un dolore che batte con insistente crudeltà. Ciò soprattutto nella prima parte dello spettacolo in cui le luci accese in sala, impediscono allo spettatore di trovare cesura alcuna fra ciò che è il suo tempo e spazio e quello dell’azione o meglio del racconto che si svolge davanti ai suoi occhi.”

Nicola Arrigoni per Sipario.it
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“Lo spettacolo è una prova di grandissima abilità sia della regia che degli attori, con la Marinone e la Valgoi a scandire il perimetro di una femminilità deprivata e quasi ferina. I costumi di Fabio Sonnino e le luci di Robert John Resteghini trasferiscono questa America pop in un continente di cui tutti, dagli anni Ottanta in poi, facciamo parte, con la colonna sonora di chitarre figlie del blues e di riff noti, come quelli irresistibili dei Led Zeppelin, e che sono nel primo atto le uniche ancore di salvataggio emotivo che lo spettacolo lancia allo spettatore disorientato. Il secondo atto è un capolavoro di psicologia, del rapporto regista-scena e regista-spettatore. Ma non potrebbe esistere senza il primo atto, come nessun lieto fine può arrivare senza traversie,  ammesso che lieto fine sia, quello de Un tram che si chiama Desiderio nella lettura di Latella.”

Renzo Francabandera per Paneacqua.it
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Per ulteriori approfondimenti ecco il link e il trailer dello spettacolo

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