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Incontro con il coreografo israeliano Hillel Kogan

Incontro con il coreografo israeliano Hillel Kogan

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Paola Vismara, Gilberto Santini e Frédéric Olivieri - foto di Giulia Cavaliere
Paola Vismara, Gilberto Santini e Frédéric Olivieri – foto di Giada Cavaliere

La danza non è solo un linguaggio e un’espressione del corpo, ma è anche un momento di riflessione e di condivisione. Proprio per questo, durante il festival di Civitanova Danza, si sono tenuti due Aperifestival, ossia occasioni di incontro con alcuni coreografi e danzatori che hanno preso parte alla rassegna.
Alla Biblioteca Zavatti di Civitanova Marche il 18 luglio sono intervenuti Cédric Charron, danzatore della compagnia Troubleyn di Jan Fabre e la Professoressa di Storia dell’Arte Moderna e Contemporanea dell’Università di Urbino Silvia Cuppini, entrambi per approfondire l’eclettica arte del coreografo e scultore belga Jan Fabre (leggi l’articolo).  All’Aperifestival dell’8 agosto hanno partecipato Paola Vismara e Frédéric Olivieri della Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro della Scala di Milano (che hanno preso parte, insieme ad altri insegnanti di fama internazionale della Scala e dell’Opéra de Paris, al Campus Civitanova Danza per Domani dedicato alla formazione dei più giovani); il coreografo italo-olandese Giulio D’Anna (guarda la photogallery) e il coreografo israeliano Hillel Kogan.

Proprio quest’ultimo, arrivato per la prima volta in Italia con il suo spettacolo We love Arabs – vincitore del premio Outstanding Creator of 2013 assegnatogli dai critici israeliani di danza – ha ribadito importanti concetti sulla danza quale strumento privilegiato per conoscere noi stessi e gli altri e, soprattutto, abbattere gli stereotipi che allontanano i popoli. Nel suo spettacolo un coreografo israeliano – Kogan appunto – incontra un ballerino arabo – Adi Boutrous – col desiderio di creare danza attorno a temi come l’identità religiosa, la condivisione degli spazi, la collaborazione, i simboli nazionali, i miti sociali e l’hummus.
Riportiamo qui la conversazione-intervista avvenuta tra Gilberto Santini e Hillel Kogan.

Gilberto Santini, Hillel Kogan, Daniela Rimei - foto di Giulia Cavalieri
Gilberto Santini, Hillel Kogan, la traduttrice Daniela Rimei – foto di Giada Cavaliere

Santini: Quando ho visto We love Arabs, alla piattaforma di danza israeliana, è stata per me una folgorazione. La prima cosa che mi ha colpito è stata la tua grande consapevolezza di coreografo, perché con questo spettacolo affronti una riflessione importante, in maniera giocosa ma anche estremamente intelligente, ossia cosa fa un corpo nello spazio. In generale, e più specificatamente per quanto riguarda questo pezzo, qual è il tuo pensiero coreografico e di lavoro sul corpo?
Kogan: Non ho un metodo preciso, cerco di ridere di me stesso e questo è quello che cerco di fare in generale: penso che ci sia qualcosa di tremendamente ridicolo in ogni cosa della vita e la danza è un favoloso strumento per tirare fuori questo lato; provo a portarlo alle sue estreme conseguenze.
Ricordo molto bene le sensazioni del mio corpo di quando avevo 15 anni: penso che sia strano ritrovarsi a lavorare così tanto con il proprio corpo quando si è adolescenti, incontrare così tanti maestri e filosofie di insegnamento, molti metodi; anche se il lavoro con il corpo non è astratto, può essere difficile capire le ragioni che spingono alla danza e guidano il corpo a muoversi in un certo modo. In questi momenti la cosa naturale che viene voglia di fare – a me come anche ad altri danzatori – è quella di dare spiegazioni, razionalizzare il movimento del corpo; ma per quante risposte puoi fornire non ne troverai mai di soddisfacenti. Quindi ho trovato il modo di usare la danza ridendo, giocandoci, illuminando l’aspetto ridicolo della vita attraverso la danza.

Santini: C’è un forte filo umoristico nel tuo pezzo (con una risata che, come Pirandello ci ha insegnato, aiuta a prendere una distanza anche critica). Attraverso il ridicolo, attraverso questo tuo guardare sorridendo ciò che accade, ci guidi a capire delle cose molto profonde. Perché ritieni che la possibilità del ridicolo sia così importante?
Kogan: Viviamo in un mondo molto serio e ci prendiamo molto sul serio; si pensa sempre a tutto molto seriamente: la mia vita è importante per noi e per me, per la mia famiglia, così come prendiamo seriamente la casa, la danza, l’arte, i libri, le persone, l’amore, la pace, forse anche la guerra… Il ridicolo, o l’umorismo, ci permette di rovesciare lo specchio, di guardare a tutto ciò attraverso altre possibilità; non significa che ciò a cui stiamo guardando sia meno importante o significativo, ma ci aiuta ad ampliare la nostra mente, il nostro orizzonte; non c’è niente di sacro o di così intoccabile di cui non si possa ridere e il ridicolo ci permette di conoscere meglio noi stessi e gli altri.

Santini: Il contenuto di questo lavoro è molto chiaro, è un gioco serio in cui si racconta questo incontro tra un arabo e un israeliano in modo anche molto divertente, ribaltando soprattutto gli stereotipi. Mi viene da chiederti questo: cosa ti ha spinto a usare questa capacità di guardare le cose da un altro punto di vista proprio su un tema così centrale, caldo per la tua cultura e per la terra in cui vivi?
Kogan: Proprio perché è cruciale è importante parlarne! Per prima cosa penso che la danza sia un po’ spaventata di lavorare sulla politica. Il mio spettacolo è molto teatrale, parlo molto durante questo lavoro. Si è portati a credere che la danza, proprio come la musica, non abbia niente a che fare con la politica perché trasporta verso altri mondi, dove si parla di natura, di bellezza; in un certo senso la danza permette di scappare dalla nostra quotidianità. Invece con questo lavoro desideravo vedere la danza come qualcosa che potesse riportare alla realtà di tutti i giorni – quindi anche le questioni politiche -, ma anche mostrare come i movimenti e il corpo possano essere politici, soprattutto in un Paese come Israele. Voglio mettere gli spettatori di fronte a questo fatto, ossia come il nostro corpo può essere per esempio anche razzista.

Santini: In We love Arabs c’è il ribaltamento di una serie di luoghi comuni; mostri come israeliani e arabo-israeliani non siano così distanti, a partire per esempio da dei punti di contatto tra le culture come l’hummus – la crema di ceci tipica di quella terra. Ci sono dei momenti in cui tu sospendi il gioco – penso ai momenti di silenzio, di abbraccio tra di voi – realizzando una eco incredibile. Come hai cercato, e trovato, questi momenti di smarrimento, di pausa, di mistero, rispetto al gioco che fate in scena?
Kogan: La drammaturgia è costruita simulando una situazione reale, ossia l’incontro di un coreografo israeliano e un danzatore arabo-israeliano. Quello che mostriamo è il nostro lavoro, ma è anche uno spettacolo di danza: quindi c’è molto parlato e le parti danzate – quando iniziamo a esplorare i movimenti che tu definisci delle pause – mi permettono di mostrare e di tradurre ciò che dico in scena; allo stesso tempo mi aiutano a fornire una guida agli spettatori su come capire la danza o i cliché della stessa. Ci si trova di fronte a una sorta di dizionario ridicolo di un’arte politica.

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