Home Focus on projects MOTUS incontra Scuola di Platea a Fermo
MOTUS incontra Scuola di Platea a Fermo

MOTUS incontra Scuola di Platea a Fermo

1
0
S. Calderoni – foto di Valentina Bianchi

Destabilizzare per agire. Agire per non rimanere inermi e indifferenti a quello che succede intorno a noi oggi come ieri. Credendo in un domani partecipato. Generare domande per fermarsi a riflettere, contro quello strato impermeabile che spesso si forma sulla nostra pelle rendendoci cinici e superficiali, distratti o fruitori passivi della nostra realtà. Arrivare fino a questo punto ponendo una questione centrale: «può l’indignazione trasformarsi in azione?». Da qui è partita la compagnia romagnola Motus che ha portato Alexis. Una tragedia greca a Fermo il 17 aprile per il progetto Scuola di Platea.

Dopo una lezione introduttiva alla poetica di Alexis e la visione dello spettacolo, alcune classi del Liceo Scientifico Calzecchi Onesti, del Liceo Classico Annibal Caro e dell’ITCG Carducci di Fermo hanno incontrato la compagnia dando vita a un dialogo sul ruolo dell’arte, sulla necessità di attraversare il mito di Antigone sovrapponendo questa antica tragedia all’assassinio del ragazzo greco Alexandros-Andreas Grigoropoulos (Alexis), ucciso nel 2008 alla giovane età di 15 anni da un poliziotto.

Molte le suggestioni e le impressioni che hanno accompagnato i ragazzi dalla sera prima e che si sono riversati nell’incontro, il giorno successivo allo spettacolo, con i registi Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande e l’attrice Silvia Calderoni. Un appuntamento in cui Enrico ha subito sottolineato l’impegno artistico-sociale del loro “fare arte”, nato dall’esigenza di affrontare questioni politiche in scena, attraverso linguaggi diversi, e di incontrare persone nuove. Tutto questo passando per un teatro totale, entrando in uno spazio condiviso in cui ci si possa interrogare, ponendo domande esistenziali urgenti e sfondando la quarta parete, provando a far dialogare palco e platea.

Il progetto Syrma Antigónes – che comprende i tre contest/spettacoli #1 Let the sunshine in, #2 Too late!, #3 Iovadovia per poi concludersi con Alexis – è partito nel 2008 da Antigone, dal domandarsi come poter far rivivere oggi una figura così importante. Sono nate delle riflessioni sui personaggi della tragedia e allo stesso tempo sul presente, un magma complesso portato sul palcoscenico e integrato con la drammaturgia di Daniela Nicolò. Un tentativo, quello di Motus, di affrontare il tema in modo contemporaneo, servendosi di una costruzione fatta all’interno di un linguaggio specifico che utilizzasse documentazione video, musiche e interviste per toccare degli interrogativi ancora aperti.

S. Calderoni e A. Sarantopoulou – foto di Valentina Bianchi

La compagnia nel 2010 è infatti andata ad Atene a parlare con la gente in strada (una pratica strana, più da giornalisti che da teatranti); proprio là Motus ha incontrato Alexandra Sarantopoulou, la ragazza in scena nello spettacolo Alexis. Una tragedia greca: senza sapere cosa Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande sarebbero andati a creare per lo spettacolo, Alexandra l’ha seguiti, diventando una testimone in grado di raccontare in prima persona la situazione del suo Paese.

Ne è venuto fuori uno spettacolo-esperimento che include al suo interno il percorso stesso che la compagnia ha fatto: chi guarda può capire come è avvenuto il lavoro stesso degli attori. Per questo in Alexis si è mantenuto vivo l’aspetto meta-teatrale, ossia di un teatro che parla a se stesso e del suo farsi. Per condividere con lo spettatore la decisione di Antigone di dire no, di alzare la voce di fronte a qualcosa che trova ingiusto: ecco che Alexis non è per semplici spettatori ma per partecipanti, dato che ognuno deve costruire una propria visione della vicenda. Non c’è una linea da seguire, più che altro c’è da perdersi; in fondo come dicono gli stessi Motus «L’esperienza del perdersi fa bene: riattiva la percezione e il flusso cardiaco, squilibra la ferma immagine del mondo».

In questo spettacolo, come negli altri di Motus, c’è tanto vissuto personale. Rispondendo alla domanda di un giovane studente, Silvia Calderoni ha affermato come abbia cercato di prendere il fuori per portarlo «dentro la grande sonnolenza contro cui mi trovo a combattere quando vado a teatro» per aggiungere poi che il suo «non è un lavoro semplice: il teatro spinge a chiudersi dentro quello che si sta analizzando, dentro quello che si sta vivendo e ti trattiene dall’osservare quello che accade fuori». Solo legando l’Io alle riflessioni che si portano dentro il teatro la ripetizione – data dalla tecnica attoriale – può essere meno meccanica e più umana, perché in fondo ciò che si porta sul palcoscenico è una parte del proprio vissuto.

L’incontro con la compagnia riminese si è fatto piano piano sempre più pregnante, i ragazzi sono intervenuti con osservazioni e domande che hanno sorpreso Motus per la loro profondità e acutezza di sguardo. C’è infatti chi è rimasto colpito da quel nastro rosso portato dal teatro fuori, fino alla piazza della città, in una congiunzione tra arte e realtà che scuote i pensieri e chiede se può l’arte, e in questo caso più specifico il teatro, far fuoriuscire dal suo perimetro interno la sua necessità, la sua urgenza. «Perché l’arte non basta?» ecco la domanda, posta in tutto il suo candore, che risuonava in scena in Alexis ed è tornata nella sala San Martino dove è avvenuto l’incontro con gli studenti. Quella frase deriva da una conversazione vera che Motus ha avuto con Michalis Traitsis una sera in Grecia in cui egli sosteneva che l’arte rappresentasse la realtà ma non fosse reale perché fatta in un luogo protetto; ecco che la realtà si scontra con la verosimiglianza propria del teatro, contrariamente alle manifestazioni in piazza dove non si ha alcuna protezione ma si è nudi di fronte alla dura realtà. Le parole di Traitsis hanno fatto nascere in Motus una sfida (ossia come portare e trasformare tutto questo in teatro?); ma ancora la compagnia si interroga perché non è riuscita a rispondere alla domanda principale ossia «Può bastare il teatro?». Come ha aggiunto una studentessa, dopotutto, come diceva Tolstoj «la rivoluzione inizia dalle piccole cose».

In Alexis i Motus non danno un messaggio, più che altro mettono il pubblico di fronte a delle domande che aprono dei baratri. È lo stesso Enrico a interrogarsi: «Se non basta, come possiamo andare fuori? Mi chiedo che cosa posso fare in una situazione storica che non mi piace, che non condivido e mi chiedo se il teatro può bastare a esprimere il mio dissenso.»

foto di Valentina Bianchi

E proprio di dissenso si parla quando si è invitati a salire sul palco, a scegliere, a prendere posizione e a non rimanere indifferenti. Motus ha girato il mondo con lo spettacolo Alexis e tanti sono gli aneddoti riguardo a quello che succede ogni volta invitando la gente a salire. «In ogni luogo si ha una reazione diversa e questa – il numero delle persone che salgono o meno – funge da cartina tornasole della situazione politica e sociale che si sta vivendo in quel dato Paese (ad esempio in Svizzera sono salite pochissime persone…)» ha specificato il regista. Casagrandeha ricordato Buenos Aires, quando alla chiamata rivolta alla platea di unirsi agli attori sul palco alcune persone hanno iniziato a urlare dei nomi che appartenevano a tutti i ragazzi uccisi dalla polizia nelle periferie della città, durante la crisi economica che l’Argentina ha vissuto anni prima. In quel caso il senso di impotenza è fuoriuscito nell’urlo di quei nomi. Urgenze sociali e politiche differenti. Come anche quella tra Francia e Italia, dove a salire sul palco sono le generazioni più giovani, e New York, dove  ancora forte dell’esperienza di Occupy Wall Street a salire sono state diverse generazioni mescolate.  Si sale sul palco dove la problematica è più vicina e più sentita.

L’incontro si è concluso con un affondo sul presente e sulla condizione dei giovani di oggi: la compagnia Motus è infatti passata dal progetto X. Racconti crudeli della giovinezza, dove c’era una dimensione di attesa, solitudine, un non sapere cosa fare, a Syrma Antigónes. Di fronte al “non sapere cosa fare”, il gruppo si è chiesto quale potesse essere un’immagine di forza oggi. Sono giunti in questo modo all’Antigone, figura attorno a cui vedere una possibilità. Ma inoltrandosi in questo percorso si sono accorti come fosse falso che i ragazzi della nuova generazione non hanno interessi e come fosse la società a voler dare questa immagine. Uno stereotipo di noia non reale perché in fondo il silenzio dei giovani fa comodo.
Scatta l’applauso degli studenti in sala San Martino. Forse, anche se per una sera o per un breve lasso di tempo, con Motus i giovani hanno avuto qui una possibilità di riscatto.

(1)

LEAVE YOUR COMMENT

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *