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Rothko diventa argomento di teatro

Rothko diventa argomento di teatro

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foto di Luca Piva

«Per una volta nella tua vita sii un essere umano»: ecco una delle frasi di Rosso, spettacolo allestito dal Teatro dell’Elfo di Milano e passato per alcuni teatri delle Marche. Dopo aver vinto 6 Tony Award nel 2010 negli Stati Uniti ed essere diventato un vero caso, Rosso ha colpito per la sua drammaturgia intensa e per le scenografie vissute che richiamano i quadri di Rothko, personaggio a cui gira attorno tutto lo spettacolo. Diretto da Francesco Frongia e interpretato da Ferdinando Bruni e Alejandro Bruni Ocaña, vi proponiamo una piccola rassegna stampa di Rosso.

Un uomo in poltrona contempla una grande tela dai colori accesi, la guarda significare, espandersi, agire, vibrare con se stesso in un rapporto intimo e misterioso, ne assorbe il respiro profondo come vorrebbe avvenisse a chiunque la guardi. Quest’uomo, che ha cambiato il corso della storia dell’arte, è Mark Rothko, protagonista di «Rosso» commedia dell’americano John Logan dai dialoghi vivaci, ironici, intelligenti, portata in scena con bella misura da Francesco Frongia, nel ruolo del pittore Ferdinando Bruni, Alejandro Bruni Ocaña è Ken suo giovane assistente. Nella corsa di questo filosofo della pittura verso l’assoluto del colore, i suoi quadri diventano rivelazioni di sentimenti, anch’essi assoluti, intrappolati in una luce emozionale, fino a divenire quasi emersioni di zone d’ombra della coscienza.

Magda Poli, Corriere della Sera
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Il testo di John Logan che ripercorre la biografia di Mark Rothko e l’allestimento firmato da Francesco Frongia hanno come fulcro lo scontro tra generazioni: Rothko scalza Picasso – perché bisogna pur uccidere i padri – ma poi viene incalzato da Andy Warhol. E parallelamente, la stessa tensione si consuma tra il grande pittore e il giovane Ken: l’allievo ascolta paziente gli insegnamenti, gli sfoghi e le geniali nevrosi del burbero maestro, in attesa di sottoporgli un quadro che Rothko non guarderà mai. Eppure qualcosa succede, proprio nel momento della rottura: quando il giovane si ribella, prorompendo in una serie di recriminazioni di liberatoria sincerità, Rothko finalmente tace. “Sono licenziato vero?”, chiede Ken. “Licenziato? Per me è la prima volta che esisti”.
Lo spettacolo mette il dito in una piaga che ci riguarda da vicino: nel nostro paese per vecchi dove chi è arrivato non si muoverà più, dove insegnare e passare saperi sembra essere sinonimo di sforzo o di rinuncia.

Maddalena Giovannelli, Stratagemmi

(…) la scena ricostruisce con amorevole cura lo studio di Rothko: le grandi tele che fanno esplodere il rosso, l’amaranto e la voragine del nero, i pennelli, il giradischi, i pastelli, gli schizzi, i cavalletti. Uno spazio così concreto da allungarsi fino al pubblico, testimone silenzioso di una brillante, appassionata meditazione sull’arte in forma teatrale. Il resto lo fa Bruni, a suo agio nel ruolo, un Rothko arrogante e irrequieto, sprezzante e fragile, perché «è una tragedia diventare irrilevanti quando si è ancora vivi». Teorizza, pontifica, dissacra, si tormenta combattuto tra mercato e sacralità dell’arte.

Sara Chiappori, la Repubblica
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Quel che emerge dai colloqui fra i due è la personalità del Maestro: un egocentrico narcisista che dapprima sembra ignorare la presenza dell’altro, ma poi, gradualmente, è costretto a prendere coscienza di sé proprio attraverso il ragazzo, che lo pungola con le sue domande, le obiezioni, le provocazioni e ne svela le fragilità, le paure. Per esempio l’avversione verso il nero, il colore capace di inghiottire il rosso, ossia la paura della morte che si mangia la vita. Ha un bel dire Rothko: «Io esisto per farti pensare», ma dove può portare il suo rifiuto della realtà se non dentro l’acqua scura della nevrosi, dell’egolatria fondata sugli equivoci?

Osvaldo Guerrieri, la Stampa

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