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Una Révolution che divide il pubblico

Una Révolution che divide il pubblico

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La diciannovesima edizione di Civitanova Danza si è chiusa con Révolution di Olivier Dubois, uno spettacolo audace, di ampio respiro e dal sapore europeo. Se uno dei compiti dell’arte è far riflettere e sollevare domande – che poi continuino ad alimentarsi anche fuori dalla sala teatrale – qui siamo di fronte a una “missione compiuta”, dato che la pièce ha messo alla prova intellettualmente e fisicamente, oltre le 12 incredibili interpreti che vi danzavano, lo stesso pubblico.
Con Révolution, come suggerisce il titolo, il pluripremiato coreografo francese indaga il tema della rivoluzione e lo fa attraversando dapprima quello della resistenza, in tutte le sue sfaccettature, dalla mentale a quella fisica, passando per quella metaforica sociale e politica; il tutto con uno stile che va crescendo fino a esplodere.

Per continuare la riflessione riportiamo qui sotto le parole di alcuni critici:

Révolution è uno spettacolo di danza durante il quale dodici ballerine rimangono appese con il proprio corpo a un palo di lap-dance, che simboleggia la mercificazione della personalità; nella prima parte esse “marciano” in una continua rotazione coreografica sulle musiche del Bolero di Ravel (adattate da François Caffenne). Questi corpi, che si muovono all’unisono sotto fredde luci azzurro-ghiaccio senza mai cambiare l’espressione del volto e l’atteggiamento del corpo, costituiscono una massa anonima e silenziosa, priva di sentimenti e di emozioni, che ricorda il processo di massificazione teorizzato da Orwell in 1984

Alberto Pellegrino per Fenice.org
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L’indignazione è cosa sana, ma perché non farsi delle domande, porsi verso quel lavoro con curiosità, chiedersi dove vuole arrivare, che evoluzione prende e più di tutto perché non abbandonarsi a quell’ipnosi? La pazienza e la resistenza pagano. I primi movimenti diversi dalla camminata sono stupore puro, come fossero appena scoperti e si comprende che la sensazione di bellezza la si coglie solo per l’estrema essenzialità precedente. La circolarità dei movimenti fa sembrare le danzatrici dei dervisci rotanti. La musica del Bolero di Ravel, che della ripetizione fa proprio la sua cifra, ma che nell’originale dura poco meno di 15 minuti, lentamente si fa più presente, con echi lontane della parte melodica. L’ossessione del ritmo coincide e diventa il battito del cuore. I corpi cominciano a rivelare un’energia che da soffocata si fa esplosiva.

Viola Speranza per Civitanovalive
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E pure qui la riflessione sulla struttura del Boléro provoca e cattura. Perché ci si lascia trascinare in questo tempo dilatato, dove tutto pare sospeso, ma è basato su un inesorabile ordine matematico. In scena qualcosa comincia a cambiare. Spesso i giri si sfasano, poi il sincrono si ricompatta o a turno una delle ballerine si blocca. Mentre, è appena un sussurro, si sentono i fiati che intonano brandelli della melodia, i giri si ampliano e il movimento si fa complesso, le circonvoluzioni si allargano, si arricchiscono, le sequenze si allungano con piroette, abbandoni. Un passo a due fra la ballerina e il palo moltiplicato per dodici. E la musica sale. Brandelli della partitura originale rielaborati, tagliati, ci portano verso il finale dove finalmente melodia e ritmo si uniscono nel clangore fragoroso degli ottoni. Quando si arriva alla catarsi son passate due ore. Ora il pubblico applaude convinto dimostrando così che anche in estate e in una città di mare si può rinunciare alle spedizioni punitive di finto lusso che girano per i teatri e arene per spettacoli più corposi.

Sergio Trombetta per La Stampa
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Il coreografo Olivier Dubois sembra cogliere il pensiero nietzschiano dell’eterno ritorno: “In un sistema finito, con un tempo infinito, ogni combinazione può ripetersi infinite volte…”. Lo spettatore è costretto a subire e a scegliere di entrare in questo vortice temporale, è chiamato a sperimentare questo peso esistenziale dato dalle forme che si ripetono. La danza stessa che crea Dubois per le sue danzatrici rappresenta una rivoluzione, un taglio netto con una forma di danza che vuole in scena il dialogo, il dipanarsi di una storia, lo svilupparsi di movimenti coreografici sempre diversi e sempre nuovi che stupiscono; vuole in scena il sollievo rassicurante di una forma classica o già nota. In Révolution, visto in anteprima nazionale a Civitanova Danza, tutto questo scompare già dopo i primi minuti, nella delusione immediata dell’attesa di qualcosa che potrebbe avvenire ma che non avverrà, come se qualcosa effettivamente debba avvenire, come se dodici corpi in perpetua rotazione non siano un avvenimento. Come se questa danza non evocasse il tormento del tempo che scorre, delle cose che si ripetono, dell’assenza di una tensione verso il cielo. La prima ora di spettacolo costringe lo spettatore ad inserirsi in un tempo che è frustrante, che istiga alla rivolta, che assopisce, ipnotizza ma che fa schizzare immediatamente verso immagini, suggestioni mentali, mondi e vie di fuga che si risolvono forse soltanto con la maestosa esplosione finale dello spettacolo.

Francesca Berardi per MyWord.it
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