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Nell’ultima giornata del Festival Open Sea di S.Benedetto del Tronto è andato in scena The end della compagnia Babilonia Teatri.

Uno spettacolo dotato di un testo incredibile – tanto da aver vinto il Premio Ubu 2011 come migliore novità italiana/ricerca drammaturgica – che affronta il tema scomodo della fine. Senza alcuna sosta né edulcorante aggettivo, Valeria Raimondi, sola in scena, si fa interprete di un urlo in cui si chiama in causa la dignità della morte, in una società, come la nostra, dove sempre più si è obbligati a prolungare la propria esistenza e a vivere la fine come un tabù.

Abbiamo incontrato Enrico Castellani, coautore con Valeria Raimondi di The end, e gli abbiamo rivolto le nostre OPEN SEA ^QUESTIONS^…

#1 Babilonia Teatri in una frase

Per un teatro pop, per un teatro rock, per un teatro punk

#2 Come definiresti The end

The end è una riflessione sulla morte e in particolare sulla rimozione nella nostra società. Però è anche un grido di vita, di dignità e in qualche modo di pietà. Un provare a prendere in considerazione che anche oggi nascere e morire sono due momenti fondamentali e decidere come farlo in qualche modo significa anche decidere come vivere.

#3 Da che cosa siete partiti e dove state andando?

Siamo partiti da una voglia di raccontare il mondo che vivevamo e che avevamo attorno, dalle contraddizioni in cui ci sentivamo immersi e che sentivamo sulla nostra pelle molto forti; abbiamo sempre cercato di farlo andando fino in fondo, un po’ senza sconti verso noi stessi prima di tutto. Abbiamo cercato una lingua per riuscirci e per parlare con le persone che vengono a vedere questi nostri spettacoli; una lingua che ci convincesse e che avesse una possibilità di parlare con tutti i pubblici.

Dove stiamo andando… Forse quello che stiamo cercando è avere un motore vivo che abbia sempre lo stesso tipo di intensità e di necessità. Ma vorremmo anche trovare delle forme che sempre più riescano davvero a incontrare dei pubblici diversi, variegati, perché sentiamo che questo per noi, in questo momento, è una delle questioni centrali: a chi ti rivolgi, con chi parli, se sei sempre dentro dei circuiti abbastanza chiusi in se stessi… Ci chiediamo se ci sia davvero una possibilità di parlare con un pubblico più vasto, non perché ci interessano le masse, ma perché si fa questo lavoro perché si ha voglia di parlare con altri di alcune questioni che ci interessano e a volte ci troviamo invece in delle dimensioni che noi sentiamo autoreferenziali.
Di cosa parlare e con chi farlo, come affrontare un tema e come portarlo sul palcoscenico, sono i nodi che si stanno intrecciando nelle nostre riflessioni in questo momento.

#4 Cosa speri che il pubblico si porti con sé dopo lo spettacolo?

Che si porti con sé delle domande e quindi non un messaggio in particolare, ma l’aver scardinato una sicurezza o qualcosa che era dato per scontato… Che si porti dietro una domanda e la voglia di farsela, di parlare con altri, di porla a qualcun altro. E la domanda è lui a ricavarla da quel materiale che noi mettiamo sul palcoscenico.

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