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Verso THEM (immagine e movimento) di gruppo nanou: un’intervista per la residenza digitale

Verso THEM (immagine e movimento) di gruppo nanou: un’intervista per la residenza digitale

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Come si può coreografare un movimento corporeo e un movimento di ripresa, che cosa può generare l’incontro tra il corpo umano e il corpo-macchina? Sono solo alcuni interrogativi che si sta ponendo gruppo nanou alle prese con la residenza artistica digitale di THEM (immagine-movimento), progetto tra quelli selezionati dalle Residenze Digitali, proposto da AMAT – insieme al Centro di Residenza della Toscana Armunia – CapoTrave/Kilowatt che ne è il promotore, il Centro di Residenza Emilia-Romagna (L’Arboreto-Teatro Dimora di Mondaino, La Corte Ospitale), la Fondazione Luzzati Teatro della Tosse di Genova, ZONAK di Milano, Piemonte dal Vivo / Lavanderia a Vapore e Fondazione Romaeuropa, in collaborazione con Regione Marche, Regione Toscana, MiC e alcuni Comuni del territorio. L’esito del progetto sarà visibile domenica 13 novembre ore 18 e ore 21, qui maggiori info.

Abbiamo intervistato Marco Valerio Amico e Rhuena Bracci, corpi e menti del progetto – che si avvale anche della collaborazione dei danzatori Marina Bertoni, Michele Scappa – per farci raccontare meglio come si sta svolgendo il processo creativo di THEM (immagine-movimento).

THEM (immagine-movimento) nasce come tentativo di portare la telecamera all’interno di un dispositivo coreografico. Ci potete raccontare come nasce l’idea di questo progetto?

Il rapporto con l’immagine in movimento è da sempre un tratto distintivo dell’immaginario della compagnia. Era inevitabile che ci si confrontasse con il mezzo della ripresa video e non solo con l’estetica. Nel 2015, per la prima volta, provammo ad usare impropriamente un’action cam[1] per documentare il nostro lavoro. Ci rendemmo subito conto che avevamo per le mani un linguaggio e che doveva essere studiato perché era ancora tutto da costruire. Nel tempo perso, abbiamo continuato brevi approfondimenti. Il bando Residenze Digitali ci sta permettendo di dedicare del tempo esclusivamente a questa esperienza linguistica.

Qual è, se c’è, l’obiettivo della vostra indagine e di questa sperimentazione?

Ciò che ci interessa è comprendere alcune possibilità coreografiche con il video, capire come l’indicazione coreografica può ottenere una sua efficacia e una sua immediatezza su un altro mezzo e un altro medium: come il video possa essere una coreografia e non solo una ripresa della coreografia.
Stiamo anche notando come il nostro lavoro, essenzialmente dal vivo, è capace di dialogare con altri media mantenendo la sua solidità linguistica e trovando un altro “dal vivo” nella relazione fra linguaggi, corpi e mezzi a disposizione.

Ci sono in questo progetto diversi sguardi, e/o punti di vista, che si intrecciano e allo stesso tempo aumentano e spostano la possibilità di visione: lo sguardo dei danzatori, lo sguardo della camera, lo sguardo di Rhuena in scena che muove la camera, lo sguardo di Marco che compone i punti di vista per restituirli allo spettatore. Quale è il processo che vi sta guidando in questa comunione, ma anche collisione, di sguardi?

La collisione tra i diversi punti di vista è da sempre la natura della nostra identità. È dalla collisione che creiamo il nostro linguaggio.  Riuscire a trovare il punto di equilibrio in cui tutti i punti di vista trovano la propria esattezza e quindi moltiplicano la loro forza è il progetto di Nanou dalla sua fondazione. Togliere le gerarchie non vuol dire raggiungere un compromesso. Parafrasando Francis Bacon, togliere le gerarchie vuole dire demolirsi a vicenda per imparare qualcosa l’uno dall’altro[2].

È il linguaggio cinematografico che influenza il linguaggio coreografico o viceversa? Come si strutturano e si completano i linguaggi che state utilizzando?

Il linguaggio cinematografico ha sempre fatto parte della nostra identità. Se all’inizio, il cinema era presente nella nostra estetica, ora è strumento per immaginare e costruire regole coreografiche. L’immagine – movimento, rubando il titolo al celebre libro di Deleuze[3], è per noi l’analisi di come analizzare il Tempo, lo Spazio e lo Sguardo. Con forse maggiore evidenza grazie all’ausilio del digitale, riusciamo a rivelare il legame profondo che abbiamo sempre avuto con il mezzo audio visivo.

Grande protagonista del progetto, come in altri vostri lavori, è lo spazio. In questa esperienza digitale sta cambiando la vostra percezione rispetto al vuoto in cui andate ad agire?

C’è una percezione che guarda ad altri strumenti. L’indagine non si scosta. Si agisce nella stessa direzione solo con la consapevolezza che il mezzo è un altro. Una delle prime cose di cui ci siamo resi conto è che la camera fissa omette il continuo spostamento dell’occhio che compiamo guardando qualsiasi azione dal vivo. Il nostro occhio cambia continuamente inquadratura, modifica lo spazio, repentinamente. Spesso lo sguardo si distrae guardando oltre l’oggetto scenico. È lo sguardo che apre a nuovi spazi.  Sollecitare una percezione è, da questo punto di vista, una questione di spazi. Comprendere come rendere l’esperienza video “percettiva” è l’azzardo che stiamo affrontando.

Altro ruolo importante in THEM ha e avrà il suono: ci raccontate che cosa rappresenta per voi in questo progetto specifico e come può determinare la visione dello spettatore?

Sono anni che, in privato, riconosciamo quanto il suono possa avere una valenza drammatica. Il cinema (sempre lui, eh) ha mostrato tantissime volte quanto un suono possa drammatizzare un’azione e cambiarne di senso. Tempo fa, per un difetto di una VHS, guardammo l’inizio di Toro Scatenato[4] senza audio. I titoli di testa[5] del film con Robert De Niro che saltellava nel silenzio erano perfetti, tanto che, quando ce ne accorgemmo, rimanemmo delusi dalla scoperta del sonoro. Il suono, in quell’occasione, ci risultò ridondante. Quello che intendiamo offrire è la possibilità di guardare l’azione modificandone il colore drammatico, scegliendo alcuni possibili drammi sonori, lasciando che lo spettatore possa, in qualsiasi momento, scegliere come intervenire sull’azione coreutica. In questo modo, ancora di più, cerchiamo di rendere evidente come la molteplicità di sguardi e di azioni, nella composizione e nella fruizione, siano importanti per definire ciò che siamo.

Quali sono, se ci sono e se vi ci state confrontando in questo processo creativo, i limiti di THEM? Ad oggi qual è la sfida più grande del progetto?

I limiti più grossi sono il tempo a disposizione. THEM ci sta permettendo di osservare quante opportunità si possano afferrare e quanti linguaggi si possano definire. C’è un mondo visivo di cui fruiamo che usa degli strumenti professionali e che ci ha abituati ad una esattezza dell’immagine e dell’esperienza digitale che ormai è diventata aspettativa quotidiana. Tutti noi siamo dotati di strumenti incredibili che simulano quella professionalità e ci illudono continuamente che siamo riusciti a fare una bella foto o che il nostro video sia sorprendente. Quando però iniziamo a costruire una scena con luci, video, camere e tentiamo di far dialogare diversi strumenti consumer, azzardiamo pure di voler andare in diretta streaming, ecco che la tecnologia a noi accessibile scricchiola da tutte le parti. È da questi limiti però che si può determinare un linguaggio. Il limite è creativo, sempre. Indagarlo, conoscerlo, forzarlo, dargli valore è l’impresa che siamo chiamati ad affrontare. Per questo serve tempo.

Come siete arrivati a questo titolo del lavoro?

Them, loro. I protagonisti di questa azione sono due corpi, Marina e Michele. Per la prima volta non siamo presenti noi come soggetti / oggetti della scena. Prendiamo per la prima volta una distanza e cominciamo dal titolo.

 

[1] Baby Doe – GoPro teaser video. Esperimento https://www.grupponanou.it/video-baby-doe-gopro-trailer/

[2] FB: […] Ho sempre pensato all’amicizia come a una situazione in cui due persone si demoliscono a vicenda e forse in quel modo imparano qualcosa l’una dall’altra.

David Sylvester – Interviste a Francis Bacon, ed. Skira, p. 60-61

[3] Cinema 1. L’image-mouvement, Gilles Deleuze.

[4] Toro Scatenato, titolo originale “Raging Bull”, regia di Martin Scorsese, 1980.

[5] https://www.youtube.com/watch?v=70AID0QsN9c

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