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Lo spettacolo dal vivo marchigiano nell’ambiente digitale: sfide e prospettive future

Lo spettacolo dal vivo marchigiano nell’ambiente digitale: sfide e prospettive future

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In questo ultimo contributo sull’esperienza di Marche Palcoscenico Aperto osserveremo le potenzialità emerse dalle pratiche artistiche innovative sperimentate dagli artisti in questi mesi e le principali criticità che sono state affrontate. Queste problematiche si sono spesso innescate a causa della mancanza di competenze sul digitale che caratterizza buona parte del settore dello spettacolo dal vivo marchigiano. Come si rileva, infatti, dalla maggior parte degli artisti che hanno partecipato ai focus group, Marche Palcoscenico Aperto ha rappresentato per loro il primo banco di prova nel digitale e ciò ha implicato un incontro/scontro con le piattaforme di comunicazione che non sono state sviluppate per ospitare lo spettacolo dal vivo.

Le arti dello spettacolo dal vivo nel digitale: opportunità e potenzialità

Gli artisti marchigiani, alla prova del digitale, hanno sviluppato non solo nuove modalità di creazione, ma anche di relazione. Secondo Andrea Fazzini/Teatro Rebis è emerso «l’allargamento della platea, oltre alla tutela della dimensione performativa e alla comprensione dei propri limiti».

 

Questo ampliamento della platea non significa soltanto il raggiungimento di nuovi pubblici, ma anche il ritrovare quei pubblici geograficamente distanti che il diffondersi della pandemia aveva allontanato irreversibilmente. Ciò è stato evidenziato, ad esempio, dalla compagnia Di Filippo Marionette che, lavorando per la maggior parte dell’anno in festival internazionali, si è trovata “bloccata” nella sua residenza marchigiana per un periodo di tempo, impensabile fino a un anno e mezzo fa: «noi siamo una compagnia che lavora più all’estero e prima eravamo sempre in movimento; il digitale ci ha dato la possibilità di farci rivedere e avere di nuovo un riscontro sui social media, anche se non è stato così emozionante come lo spettacolo dal vivo. Un’altra cosa che ci ha permesso è stata di uscire fisicamente dal paese, perché avevamo un giusto motivo, quello cioè di registrare e ciò ci ha dato una nuova vita artistica: abbiamo imparato a stare in uno spazio davanti a due telecamere, abbiamo imparato come riprendere, come montare le scene, come essere più rapidi e usare meno parole, e soprattutto il rapporto con la camera.»

L’iniziativa MPA è stata un’occasione di studio di nuove tecniche e conoscenze, ma anche e soprattutto un’opportunità per socializzare con competenze già presenti.

Come hanno sottolineato i danzatori e coreografi Giulio Petrucci e Jari Boldrini che, come interpreti, avevano già lavorato nel digitale «la cosa più interessante emersa durante il processo di ripresa è stata la condivisione delle proprie pratiche e della professionalità che c’è dietro ad ogni lavoro». L’essere parte di un gruppo di creazione è stato per i due artisti particolarmente formativo, «la relazione con ambiti che per noi erano sconosciuti, come l’occhio della ripresa e l’inquadratura video, hanno aperto panorami che ci piacerebbe continuare ad esplorare. Per noi è stata la prima volta in cui abbiamo tentato di portare quella che è la sensazione del teatro dentro il digitale, provando ad andare contro l’idea del teatro online, ma seguendo una direzione che ci consentisse di presentare le qualità del teatro attraverso il digitale».

Simile l’approccio di Teatro Linguaggi che utilizzando quella che è stata definita dal regista e attore della compagnia, Fabrizio Bartolucci, “una dinamica di travasi”, sono partiti dal teatro, per andare da un’altra parte, per poi “riportare tutto a casa”: «ora ci siamo accorti che le strategie, le intuizioni applicate nella realizzazione di questo progetto sicuramente ritorneranno a teatro, cioè cambierà l’oggetto tanto da diventare una continuazione di quello che abbiamo elaborato da un punto di vista digitale. Alcune soluzioni hanno messo a fuoco pensieri e dinamiche che ci sembra importante riportare a teatro. Credo che questa sia la parte più interessante di questo momento difficile per il teatro, non ragionando in termini di sostituzione, ma provando ad esplorare altri territori, partendo da quelle che sono le nostre specificità per visitare altre possibilità e vedere come queste cose interagiscono.»

La ricerca di nuove competenze ha richiesto ad alcuni artisti di affidarsi a personalità non strettamente legate all’ambito teatrale. La danzatrice e coreografa Michela Paoloni, ad esempio, ha collaborato «con delle competenze e delle modalità di lavoro che prima non avevo minimamente considerato, come un social media architect, un ingegnere elettronico, esperto in tecnologie web». La compagnia Asini Bardasci ha invece cercato un confronto con un gruppo artistico che aveva sperimentato nel primo lockdown l’uso delle piattaforme: «insieme a una delle compagnie europee che per prime hanno tentato in modo pionieristico nel marzo 2020 di trasferirsi sul digitale: i Nesterval; loro ci hanno fatto da mentor per il lavoro in termini tecnici e di fruizione.»

Ciò fa emergere, quindi, come il progetto MPA abbia non solo sviluppato l’acquisizione di nuove competenze, ma anche nuove relazioni che potranno ampliarsi ancora di più nella prospettiva di costruire network creativi sempre più internazionali, flessibili e multidisciplinari.

I limiti e le criticità

Spostando l’attenzione sul piano delle criticità che sono state riscontrate dagli artisti, i problemi che emergono sono legati non solo al gap di competenze, ma anche alla difficoltà di adattare una piattaforma alle proprie necessità artistiche. Davide Calvaresi della compagnia 7-8 chili ha evidenziato che «alcune criticità tecniche dell’online sono legate ai tempi di reazione e risposta del pubblico che sul digitale sono più lenti rispetto a quelli in presenza, e ciò cambia la fluidità del racconto. In alcune parti in cui io parlavo col pubblico sentivo che a un certo punto avevo bisogno di persone vicino a me con le quali parlare, perché nello schermo non riuscivo a trovare una relazione; avevo la possibilità di aprire e chiudere i microfoni però vedevo tutte queste faccine che si muovevano fuori sincrono, non sentivo il loro respiro ed è stato un grosso limite per me nel fare spettacolo.» Il problema della co-presenza fra performer e pubblico negli ambienti digitali appare perciò inquadrata nei termini di una fluidità da raggiungere, piuttosto che come distanza incolmabile fra interazione nello spazio fisico e interazione online. Ciò si lega a un problema annoso per tutta la penisola italiana relativo alla scarsità della banda, che rende ulteriormente difficile, e per certi versi scoraggiante, intraprendere sperimentazioni artistiche di questo tipo.

Alessia Racci Chini/CDC Collettivo Delirio Creativo sottolinea invece i problemi incontrati con Live Tickets, la piattaforma di vendita dei biglietti scelta dalla compagnia, problemi che sono andati a influire anche sulla relazione con il pubblico: «un limite grosso alla fruizione dello spettacolo è stato il biglietto simbolico di 3 euro. Abbiamo dialogato molto con gli organizzatori della piattaforma perché per noi era fondamentale raccogliere informazioni sullo spettatore per far si che potessimo interagire con lui per tutte le fasi del nostro progetto. Nonostante questo, abbiamo avuto problemi con la piattaforma di sbigliettamento, problemi così seri che secondo noi ha inciso per il 40% sulla possibilità di accedere allo spettacolo.»

Per chi invece ha scelto la gratuità, lo scontro con la piattaforma di comunicazione scelta e le regole di fruizione che questa comporta ha implicato criticità di altro tipo, più legate al mantenimento attivo del pubblico. Così ha sottolineato l’attore Oscar Genovese che ha messo in diretta su Facebook Diavoli una serie web teatrale in quattro episodi: «potevo farlo a pagamento ma non sapevo come farlo visto lo svolgimento delle puntate in più giorni. Però mi sono chiesto, un po’ come accade dal vivo, faccio una cosa gratuita e attira meno pubblico oppure accade il contrario? Ora comincio a pensare che anche solo 3 euro sarebbe forse stato meglio farli pagare.»

Un ultimo aspetto problematico che è necessario far emergere, è come forse manchi ancora nell’aspettativa dell’artista una costruzione efficace dell’evento, problematica emersa soprattutto in ambito musicale. Ciò che implica, infatti, un concerto in diretta web esula sia dal concerto vero e proprio che dalla registrazione di un disco ma mescola alcuni degli elementi costitutivi di ognuno; così chiosa il musicista classico Federico Brancalente: «lo dico perché il setting emotivo, mentale, con il quale si affronta un concerto dal vivo è completamente diverso e in questo caso ho dovuto chiarire quello che andavo a fare: non è un disco perché non posso fare tagli, non è un live in cui è opportuno non fare errori, quindi è un ibrido e io lo affronto con la mentalità di una registrazione sapendo che però è un concerto particolare.»

Quali prospettive future per lo spettacolo dal vivo marchigiano nel digitale?

«Sono convinto che non si torna indietro, non si apre una finestra digitale e poi la si chiude come se nulla fosse. Siamo testimoni e attori di un cambiamento che ha la portata del passaggio dall’oralità alla scrittura in cui l’umanità è cambiata. Siamo agli albori e quindi ognuno di noi può decidere come agire», sottolinea il musicista Roberto Zechini. Come raccontano gli studiosi della platform society, le piattaforme funzionano come dispositivi che informano e strutturano la vita quotidiana di ognuno. Questo è sicuramente un aspetto da prendere in considerazione nel momento in cui si osservano i processi di comunicazione e creazione degli artisti online.

Le nuove tecnologie, inoltre, sono sempre state in grado di aprire le porte ad una processualità artistica collettiva e ciò emerge ancora di più da queste sperimentazioni digitali ospitate su Marche Palcoscenico Aperto: la partecipazione al progetto è stata fondamentale per permettere il confronto con nuove figure e competenze che prima non erano mai state considerate nel proprio campo artistico e ciò è un aspetto fondamentale che gli artisti porteranno con loro da questa esperienza.

In conclusione 

Le sperimentazioni online delle arti dello spettacolo dal vivo marchigiano hanno generato da una parte nuove forme di consumo culturale, le quali intercettano un pubblico sempre più interconnesso, partecipativo e creativo; dall’altra hanno attivato nuove pratiche artistiche caratterizzate dal moltiplicarsi degli autori, dall’utilizzo degli strumenti digitali nel linguaggio artistico e da un’attenzione rivolta al processo piuttosto che al prodotto. Già da tempo le arti performative si erano messe in osservazione degli spazi digitali acquisendone le logiche e strategie. Le iniziative di Marche Palcoscenico Aperto hanno fatto emergere come il trasferimento nell’online abbia rappresentato per gli artisti una riscoperta della teatralità nell’adattamento alle grammatiche dell’ambiente ospitante. Il panorama che emerge è vasto e multiforme; le riflessioni che gli artisti hanno avviato in questi mesi mostrano uno sguardo attento, profondo e orientato sulla lunga durata, che si interroga non solo sul progetto imminente ma più ad ampio raggio sulle ricerche future. Le intuizioni applicate nella realizzazione di questi progetti hanno messo a fuoco riflessioni e dinamiche che sarà inevitabile non tenere a mente quando si creerà per le scene, sia online che offline.

Francesca Giuliani – NEOff redazione

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