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The Critters Room#experience di Jan Voxel: un’intervista durante la residenza digitale #1

The Critters Room#experience di Jan Voxel: un’intervista durante la residenza digitale #1

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Come possono dialogare insieme l’inquinamento atmosferico, l’arte digitale e l’attivismo civico? Il progetto The Critters Room#experience a cura del collettivo Jan Voxel (Lorenzo Belardinelli, Cinzia Pietribiasi e Lidia Zanelli) riesce a combinare questi elementi in maniera originale e stupefacente attraverso un processo di ricerca complesso che è tutt’ora in corso.

Si sta svolgendo infatti la residenza artistica digitale di The Critters Room#experience, progetto tra quelli selezionati dalle Residenze Digitali, proposto da AMAT – insieme al Centro di Residenza della Toscana Armunia – CapoTrave/Kilowatt che ne è il promotore, Anghiari Dance HubATCL per Spazio Rossellini, il Centro di Residenza Emilia-Romagna (L’Arboreto-Teatro Dimora di Mondaino, La Corte Ospitale), la Fondazione Luzzati Teatro della Tosse di Genova e ZONAK di Milano in collaborazione con Regione MarcheRegione ToscanaRegione LazioMiC e alcuni Comuni del territorio.

Dopo il successo della prima edizione (qui per saperne di più), nel 2021 sono stati scelti 7 progetti, seguiti oltre che dai partner delle Residenze Digitali anche dalle tutor Anna Maria Monteverdi, Federica Patti e Laura Gemini che sono: Whatever Happens in a Screen Stays in a Screen di Chiara TavianiThe Critters Room#experience di Jan Voxel, WOE – Wastage of Events di Giacomo LilliùCollettivo ØNAR e Lapis NigerDealing with Absence di Margherita Landi/Agnese LanzaSàl della compagnia fuse*Into the Woods di Lorenzo Montanini con Simona Di Maio e Isabel AlbertiniI Am Dancing in a Room di Mara Oscar Cassiani. Sono progettualità artistiche legate ai linguaggi della scena contemporanea e della performance, progetti artistici sperimentali che trovano nello spazio web il loro habitat ideale (qui per conoscere meglio i progetti).

Abbiamo intervistato Lorenzo Belardinelli, Cinzia Pietribiasi e Lidia Zanelli per farci raccontare di più sul progetto The Critters Room#experience che sta crescendo giorno dopo giorno durante questa residenza digitale.

Chi è Jan Voxel? Una breve descrizione del collettivo.

Jan Voxel è un gruppo informale, nato nel 2019 e costituito da Lorenzo Belardinelli (fisico e informatico), Cinzia Pietribiasi (performer e regista teatrale) e Lidia Zanelli (danzatrice e scenografa). Si dedica alla creazione di opere di grafica generativa, videoarte e algorithm-art, interpretando il mondo come flusso, metamorfosi continua, ibridazione di forme, sistema complesso, inter-relazione inestricabile di particelle e corpi sociali.
Crediamo in una rinnovata forma di arte politica nell’epoca dell’Antropocene; pensiamo che, nelle strettoie del disastro climatico, l’artista abbia un disperato e lucido bisogno di guardare un po’ meno al proprio io (o al proprio ombelico) e un po’ di più alle complesse interrelazioni fra umano, non umano e non vivente che caratterizzano, per dirla con Nicolas Burriaud, la “densificazione” del nostro presente.
Vorremmo offrire un’arte inclusiva e il più possibile “decolonizzata” dallo sguardo antropocentrico, che da una parte condanna l’artista all’irrilevanza dell’entertainment, dall’altra trascina il mondo al collasso.

The Critters Room, con cui Jan Voxel partecipa alle Residenze Digitali 2021 nella sua versione #experience, è un progetto complesso che si articola in diverse tappe e su vari livelli. Ci potreste raccontare brevemente in cosa consiste e come è nata l’idea?

The Critters Room è in sostanza un ambiente (reale e virtuale) in cui sperimentare la presenza “dei mostri e dei fantasmi dell’Antropocene”; in cui tentare di immaginare l’inimmaginabile.
I suoi protagonisti sono:

  • le polveri sottili, PM10, i fantasmi dell’era fossile, misurate da centraline auto-costruite sparse per il mondo e messe in rete da un network di attivisti ambientali;
  • i vetrini da microscopio, esposti all’aria da noi e da altri volontari nei vari luoghi di residenza con pratica performativa, catalogati e micro-fotografati.
  • le immagini e i suoni, che dai dati e dai vetrini prendono forma, insieme alle immagini dei luoghi in cui “ci si prende cura del problema”.

The Critters Room#experience sarà, in particolare, una web application interattiva grazie alla quale gli spettatori potranno “visualizzare l’aria” ed ascoltare il suono dei critters  – le creature allora-viventi (il particolato) ed ora-viventi (i tanti abitanti dell’aria); una mappa interattiva della rete dei partecipanti al progetto, dalla quale poter fare esperienza in tempo reale di questa visualizzazione e sonorizzazione; un archivio di microfotografie dei vetrini esposti all’aria, vero e proprio “bestiario” dell’antropocene: un diario che terrà traccia del processo e offrirà spunti e riflessioni.  Le voci e i luoghi dell’attivismo ambientale che costituiscono la nostra comunità in crescita contribuiscono infine a costruire il caleidoscopio sonoro di questa “stanza”.
Il progetto è nato dalla tesi di laurea in Nuove tecnologie dell’arte (Accademia di Brera) di Cinzia Pietribiasi; una lunga catena che è partita dalla scoperta dell’esistenza, a Reggio Emilia, di centraline per il controllo dell’aria auto-costruite e installate in case private, dall’idea del loro utilizzo per approfondire i temi della Citizen Science, alla potenzialità che i dati così ottenuti potevano avere per generare arte digitale, alla decisione di partecipare attivamente come artista alla costruzione di una visione “altra” rispetto ai temi dell’Antropocene.

Il progetto intreccia arte e scienza, ma anche attivismo civico coinvolgendo processi comunitari dal basso: ci potreste descrivere i vari ingredienti di cui si compone e come su questi si può costruire un percorso artistico?

Come già accennato, riteniamo che il processo di costruzione di una comunità sia un elemento cruciale del nostro progetto. Siamo entrati in dialogo – e il processo è in pieno svolgimento – con numerose realtà, che hanno nutrito il percorso artistico in vari modi, tutti essenziali. Dal ricercatore  del CNR Marco Cervino, esperto di polveri sottili e inquinamento dell’aria, a Lukas Mocek, Partnership Development di Sensor.Community, passando per gli attivisti di Casa Bettola a Reggio Emilia; dai numerosi incontri avuti a Bologna durante la residenza ospitata da Ateliersì (il centro sociale Labas, gli attivisti di Rigenerazione No Speculazione, il comitato contro il Passante di Mezzo, e tanti altri) all’esperienza di Trento ospiti di Cambiamo la strada/Fiab Trento al Poplar Festival…e l’elenco è solo parziale.
The Critters Room#experience avrà proprio al centro la costruzione di questa comunità dal basso: letteralmente tutti gli elementi del processo artistico derivano da qui. Le persone incontrate ci prestano voci, immagini e punti di vista, diventano performer insieme a noi esponendo i vetrini all’aria nelle loro città, ci forniscono i dati grazie alle centraline che hanno installato, danno nuove chiavi di lettura a quanto man mano stiamo costruendo, aiutandoci ad interpretare il nostro stesso lavoro e ad arricchirlo di nuovi punti di osservazione.

Ci sono nel vostro lavoro fonti materiali – penso per esempio ai dati che rilevate dalle centraline – ma anche letterarie e filosofiche. Potreste brevemente citarne alcune?

Sicuramente, a partire dal titolo del nostro lavoro, manifestiamo un grande debito concettuale nei confronti della filosofa e biologa americana Donna Haraway. Potremmo aggiungere filosofi, antropologi, scienziati e artisti che in questi anni si sono dedicati a esplorare il rapporto fra arte e antropocene, e a costruire sguardi “altri” nei confronti dell’esistente: senza nessuna pretesa di completezza, possiamo citare Nicolas Bourriaud, Rosi Braidotti, Bruno Latour, Matteo Meschiari, Ryoichi Kurokawa, Jason Moore, Anna Tsing, Karen Barad, Tomàs Saraceno, Carlo Rovelli, Rimini Protokoll, T.J. Demos, Christine e Margaret Wertheim, Anaïs Tondeur, Timothy Morton, Jean Luc Nancy…

Intorno a The Critters Room si raccoglie una vera e propria comunità, fatta di artisti da una parte, ma anche di attivisti o di comuni cittadini che creano delle proprie centraline per raccogliere dati ambientali e metterli a disposizione di tutti. Parallelamente poi queste comunità sono fisiche da un lato ma diventano anche virtuali dall’altro grazie anche al vostro lavoro che le mette in connessione. Qual è il valore di questa comunità per The Critters Room? E viceversa?

L’idea di comunità, di “stare a contatto con il problema” stringendo alleanze – per citare ancora  Donna Haraway – è il vero cuore del progetto. Non esiste l’artista-demiurgo al di qua dello schermo, che offre riflessioni, o magari soluzioni: esiste una comunità – reale e virtuale – che alimenta, nei modi che abbiamo sintetizzato prima, il processo artistico e da questo – sperabilmente – viene alimentata. Una comunità che immaginiamo come allargata a tutta la sfera dell’esistente, umano, vivente e non vivente, un olobionte, costituito da simbiosi inestricabili. Così immaginiamo di poter fare arte nell’Antropocene; e così pensiamo che questa arte possa contribuire a offrire “rifugi per tempi difficili”.

Quali sono nel dettaglio i vari piani del processo lavorativo su cui vi state concentrando durante questa residenza digitale?

Dovendo sintetizzare in due parole il processo su cui ci stiamo concentrando in questi mesi: l’archivio e la comunità.
Il lavoro fisico, “offline”, che ha permesso la nascita di The Critters Room prosegue anche durante il periodo di residenza digitale. Ciò significa: installazione di nuove centraline; esposizione, catalogazione e documentazione fotografica di altri vetrini in luoghi di residenza fisica che ci hanno ospitato e ci ospiteranno in questi mesi (Bologna, Trento, Parma presso lo spazio “Officina Leo Van Moric”); incontri (fisici e virtuali) con comunità di attivisti ambientali sul territorio. Tutti questi materiali continueranno ad arricchire di contenuti la web app che presenteremo per Residenze Digitali. Contemporaneamente a questo, c’è poi un lavoro più specificatamente informatico e digitale, dedicato appunto alla creazione della app, in modo da permettere ai fruitori una esperienza in real time di questo archivio e di questa comunità in costruzione.
Un lavoro che proseguirà sicuramente, dentro e fuori dalla dimensione digitale, anche dopo novembre.

Qual è ad oggi la sfida più grande del progetto?

Raggiungere in qualche modo gli obiettivi, senz’altro ambiziosi, che ci siamo dati a partire dal nostro manifesto: far sì che l’opera superi le barriere canoniche della fruizione e diventi motore di cambiamento, di kinship; e soprattutto, che intorno a The Critters Room si stringa una comunità sempre più vasta e ricca, in grado di alimentarci e di farsi alimentare.
Facciamo nostro, in conclusione, l’auspicio di Matteo Meschiari:
Il nuovo tempo del collasso ha bisogno di nuove narrazioni, ma queste narrazioni possono/devono avere il potere di cambiare la realtà. Il romanzo dell’Antropocene non è un racconto distopico, non è climate fiction. È un dispositivo cognitivo che lavorando […] sul worldbuilding come simulazione, sul fantastico come straniamento può farci vedere quello che normalmente non vediamo, può farci immaginare quello che normalmente non sappiamo.

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