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Un report di Civitanova Danza Focus “Danza e ricerca”

Un report di Civitanova Danza Focus “Danza e ricerca”

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foto di Luigi Gasparroni

Cosa significa ricerca? E fare ricerca? Il senso ma anche il tempo e lo spazio per la ricerca nella danza è stato il tema al centro del primo Civitanova Danza focus, al quale hanno partecipato esperti e protagonisti del mondo della danza che guardano all’argomento da prospettive diverse: Marinella Guatterini in qualità di critico e studioso, la coreografa e performer di CollettivO CineticO Francesca Pennini e Angela Fumarola, direttrice artistica del Festival Inequilibrio di Castiglioncello insieme a Fabio Masi. A fare da padrone di casa il direttore Gilberto Santini che ha aperto questo primo focus dal titolo Danza e ricerca spiegando come abbia scelto di concentrare il tema proprio attorno a questa seconda parola – vintage e desueta – e abbia invitato a discuterne alcuni sguardi al femminile, lanciando una libera domanda, senza temi precisi,  ossia “cosa significa ricerca”.

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foto di Luigi Gasparroni

Marinella Guatterini ha sottolineato come ricerca sia una parola in disuso: se un artista si presenta dicendo “faccio ricerca” viene guardato con scetticismo; è una parola fuori mercato, anacronistica e contro corrente perché implica lentezza. Non si può dire che ci sia una ricetta precostituita e non c’è ricerca che sia giusta o sbagliata: afferrare il termine stesso è estremamente difficile. Guatterini ha specificato come l’unico modo per fare ricerca sia lavorare sulla consapevolezza assoluta del corpo e che, come diceva Forsythe, ricercare significa uccidersi continuamente, non fermarsi ma andare oltre ciò che si è raggiunto, perché chi si ferma si esaurisce. Ricercare diventa necessario per cominciare un lavoro artistico personale, altrimenti si dovrebbero seguire dei modelli noti e strade già percorse che ovviamente esulano dall’essere “personali”. Soprattutto Guatterini ha insistito su come la ricerca non sia propria del tempo presente, ma ci sia sempre stata e sia fatta di lavoro quotidiano, difficile e oneroso. Ha portato l’esempio di Forsythe e di Cunningham, soffermandosi sul recente Leone d’oro Anne Terese de Keersmaeker: quest’ultima ha sempre lavorato su un solo argomento, ossia la relazione tra danza e musica; gli errori nel suo percorso non sono mancati, una carriera è normalmente fatta di sali e scendi quando si fa ricerca. Ed è a questo punto che ha sollevato una importantissima domanda: è possibile fare ricerca a prescindere dal linguaggio? Quando un coreografo ricerca, delinea la propria dimensione, trova delle situazioni lavorando, sperimentando, calandosi nella concretezza. Guatterini ha concluso il suo intervento specificando che la ricerca si fa sul corpo e ha bisogno di una conoscenza da parte di chi la fa e di chi la legge.

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foto di Luigi Gasparroni

Francesca Pennini ha aperto il suo intervento cercando di spiegare la parola ricerca, che per lei è una tensione verso, è lo spazio vuoto dopo il punto di domanda. È questo spazio nella danza a scatenare una pluralità di voci che alimentano le ricerche: esistono tanti mondi di autorialità, c’è una diversificazione di contenuti e interrogativi aperti in cui ogni autore disegna la sua complessità, pone il suo interesse sulla geometria del movimento, si relaziona con lo spazio, con la musica, col suono, studia l’interazione con i corpi e con gli spettatori. La Pennini ha raccontato poi come affronta le ricerche con CollettivO CineticO: uno dei tratti salienti della compagnia è la creazione di dispositivi, ossia di sistemi di regole permeabili che creano un ambiente (sono regolamenti per la scena, la creazione artistica, la composizione coreografica sui corpi e per negoziare la relazione con lo spettatore). Gli spettacoli vengono costruiti come piani criminali in cui si considera come reagire all’eventualità ma senza poter controllare esattamente cosa succederà: la performance è imprevedibile e non replicabile, esiste solo nel momento in cui avviene. Il percorso di creazione di CollettivO CineticO avviene in cinque fasi: inizia con un interesse e un’attrazione verso qualcosa di ignoto; poi c’è una fase teorica in cui si crea un panorama di concetti e di connessioni tra elementi distanti tra loro; poi ci si “arma”, ci si chiede di quanti e quali strumenti ha bisogno quel progetto e si pensa al metodo di lavoro (non ci sono costanti); successivamente vengono individuati gli strumenti e i metodi si fanno fluire; l’ultima fase è un distillato di tutto il materiale creato in libertà in cui viene reso più nitido il principio da cui si è partiti.

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foto di Luigi Gasparroni

Francesca Pennini ha spostato poi il discorso sul sostegno alla ricerca chiedendosi come possono essere ospitate le diverse ricerche? Esse chiamano a una ricerca curatoriale e istituzionale per non essere mutilate o riportate sulle carreggiate da sistemi che ragionano per prassi o quantitativi numerici standardizzati. Sono scomode, incomprensibili e hanno la forza dell’atto di resistenza: non aspettano il sostegno, bruciano nell’urgenza della scoperta, ricercano nuove strategie per fare, ingurgitano qualsiasi ostacolo e forse alcune si arrendono. Ha continuato il discorso specificando che la sfida è come sostenere la ricerca concependone una diversificazione senza viziare un sistema sapendo che chi vuole sperimentare lo farà comunque senza economie. Le ricerche per loro natura sono insolite e irriconoscibili, mutevoli, sono immerse nel presente e dovrebbero dialogare con lo spettatore del proprio tempo; ma non è scontata perché le ricerche risultano spesso difficili, di nicchia e autoreferenziali. L’artista deve vedere lo spettatore con un’ottica di stimolo, alzando nuove sfide, perché la natura dello spettatore modifica la natura delle opere. I processi di formazione del pubblico sono fondamentali non solo per la fruizione dell’opera ma per garantire l’esistenza stessa della ricerca perché si stimola il soggetto mutevole al quale rapportarsi. La coreografa ha concluso il suo intervento lanciando una serie di domande: esiste uno spettatore contemporaneo? Se non esiste come può esserci la danza contemporanea? Quali sono gli scopi della ricerca? Esiste una ricerca senza rischio? Si cerca qualcosa che esiste o si inventa qualcosa che non esiste? Fare ricerca forse non significa soltanto fare delle domande ma generare delle domande.

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foto di Luigi Gasparroni

Ha dato voce al suo sguardo di operatrice Angela Fumarola sottolineando come ci sia bisogno di sostenere il lusso della lentezza concedendolo agli artisti che insieme a un luogo condividono delle strategie per portare avanti una ricerca: l’operatore deve assumersi la responsabilità di scegliere con consapevolezza sempre sapendo che c’è un margine di rischio perché gli artisti potrebbero anche fare delle azioni sbagliate. Da tener presente – ha continuato – è che lo spettacolo non è il punto di arrivo, ma di partenza, perché rappresenta un processo in fase di crescita e costruzione; il festival può essere un contenitore dentro cui presentare uno spazio di dialogo con il pubblico, con dei processi vivi che favoriscano la ricerca. Fumarola ha affermato poi che gli operatori devono essere sovversivi rispetto ai parametri ministeriali per sostenere gli artisti (dato che la ricerca non è quantificabile): la normativa dovrebbe essere a servizio degli operatori e non il contrario. A sostegno di ciò è intervenuto anche Santini specificando, attraverso degli esempi, che attualmente il sistema sembra porsi come anti-ricerca: infatti la ricerca di un artista prevede solitamente un numero limitato di spettatori, pur avendo bisogno di grandi palcoscenici, facendo registrare risultati in termini di “occupazione spazi” – ora tanto in voga – decisamente negativi, a conferma quindi che ospitare progetti di ricerca diventa sovversivo e bisogna elaborare delle strategie collaterali.

foto di Luigi Gasparroni
foto di Luigi Gasparroni

La discussione si è poi spostata sui problemi di ricezione della danza e ad intervenire è stato Alessandro Pontremoli (ospite l’anno scorso al tavolo degli interventi, leggi l’approfondimento a riguardo) che ha affermato come la consapevolezza del corpo che danza sia importante ma bisogna tener conto che si pone dentro uno sguardo di un determinato contesto (lo studioso ha portato l’esempio della danza del 400 e di come la percezione del corpo cambi nelle varie epoche). Pontremoli ha concluso riportando i risultati di una ricerca scientifica dove si analizzavano i neuroni a specchio, secondo cui solo chi fa danza è in grado di capire la ricerca nella danza, gli altri no. A legarsi a ciò è stata Marinella Guatterini che, rispondendo a una domanda posta precedentemente dalla Pennini, ha affermato che non esiste un pubblico contemporaneo perché siamo di fronte a una società in caduta che non sa come funziona un corpo danzante e proprio per questo motivo bisogna creare continuamente un pubblico perché il corpo che sperimenta l’esperienza della danza è il solo a capire quest’arte. Per Santini invece lo spettatore di teatro e danza contemporanei esiste, perché c’è partecipazione quando si fanno i cantieri aperti, si crea una comunità momentanea che ha un senso in quel preciso momento: «creare questa comunità è il senso del nostro lavoro». Ma il critico Guatterini si è spinto più in là, spiegando come sia inutile utilizzare il termine “contemporaneo”: nessuno sa dire cosa sia il contemporaneo; il pubblico aderisce a uno spettacolo per emozione o empatia, non si chiede cosa abbia appena visto, non fa dissertazioni filosofiche su dei termini specifici, su delle etichette.

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foto di Luigi Gasparroni

Il coordinatore ha posto poi sul tavolo del focus un’altra domanda: quali sono gli ostacoli più grandi per la ricerca? Per Guatterini  è l’anacronismo della lentezza: c’è nei giovani  una mania di pronunciarsi, di arrivare, di mostrare qualcosa che è finito; non c’è voglia di silenzio, di uscire dal brusio solo quando c’è un’urgenza; la mancanza di una necessità è un ostacolo. Ha concluso affermando come il corpo che pensa vive in questo momento una sorta di empasse negativo, anche se ci sarebbe ancora molto da fare sul movimento e sul corpo in movimento, continuando a ricercare all’infinito. Diversa è stata invece la difficoltà espressa dalla Pennini: per la coreografa è la resistenza per tutelare la propria ricerca. La fondatrice di CollettivO CineticO si trova infatti a vivere due percorsi paralleli che sembrano non comunicare tra loro: da una parte vive la necessità di stare nel mondo della danza e quindi del confronto; d’altra parte ha bisogno di portare avanti il proprio senso della ricerca (quindi di chiudersi in una sala senza necessità produttiva). La sua difficoltà risiede quindi nel non poter fare ricerca se allo stesso tempo porta in tournée i propri spettacoli.  È stata l’operatrice invece a introdurre il problema economico: per Angela Fumarola l’ostacolo principale è la mancanza di soldi perché la ricerca non è pagata; per garantire la lentezza bisogna avere una disponibilità economica per poter vivere. Come ha aggiunto Silvia Poletti, presente tra gli uditori della giornata, Cunningham quando si chiudeva in una stanza a ricercare pensava solo a cosa poter creare e non a come sbarcare il lunario.

A chiudere il focus sono stati proprio gli interventi dell’operatrice Annamaria Onetti, presente anche lei all’approfondimento, e del critico Silvia Poletti: se la prima ha ribadito la necessità di una condivisione di responsabilità con un sistema che insieme dovrebbe supportare delle proposte artistiche, la seconda ha rivendicato il diritto di un critico di sostenere solo quelle proposte che ritiene valide e di qualità: «il distacco è importante per non alimentare un progetto che non vale».

 Carlotta Tringali

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