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Scuola di Platea incontra Babilonia Teatri

Scuola di Platea incontra Babilonia Teatri

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«The end è una riflessione sulla morte e in particolare sulla rimozione nella nostra società. Però è anche un grido di vita, di dignità e in qualche modo di pietà. Un provare a prendere in considerazione che anche oggi nascere e morire sono due momenti fondamentali e decidere come farlo in qualche modo significa anche decidere come vivere». Descrive così Enrico Castellani lo spettacolo The end, andato in scena al Teatro dell’Aquila di Fermo il 19 marzo; una serata particolare a cui hanno preso parte tantissimi ragazzi provenienti dalle diverse scuole superiori della città che aderiscono al Progetto di formazione, a cura di Amat, Scuola di Platea.

Dopo aver visto durante tutta la stagione La Mandragola di Arca Azzurra, The Arena Love del Balletto di Roma e Di a da in con su per tra fra Shakespeare di Serena Sinigaglia, gli studenti hanno incontrato per la prima volta Babilonia Teatri rimanendone fortemente colpiti per il linguaggio tagliente, crudo e diretto, ma fortemente comunicativo, e per uno spettacolo che provoca e spinge a interrogarsi. Si parla di spettacolarizzazione della morte, di indifferenza, di eutanasia, di vecchiaia, di badanti e di religione; si urla alla vita, alla dignità, alla libertà di scelta.
La fine non è un tema semplice da affrontare: tocca corde emotive private e personalissime; disturba e mette con le spalle al muro perché scomoda, dolorosa. Ogni età della vita ci si relaziona nel proprio modo poiché si ha una sensibilità diversa di approccio verso la morte. Ma nella maggior parte dei casi la si allontana, la si relega in un angolo buio e in posti adatti a contenerla. Posti altri dedicati alla morte, come non facesse parte di un ciclo vitale.

Valeria Raimondi in “The end” – foto di Marco Caselli Nirmal

Ed è proprio qui che batte la compagnia veronese che ha vinto, con questo testo, il Premio Ubu 2011 per la miglior drammaturgia/novità italiana: la morte nella nostra società di oggi è un tabù, non se ne parla. Scrivono nelle note di regia Enrico Castellani e Valeria Raimondi, fondatori di Babilonia Teatri, che «oggi invecchiare come ammalarsi non è consentito. Il mito dell’eterna giovinezza dilaga. Ci stiamo trasformando in un mondo di Dorian Gray. Vecchi e malati vivono separati dal resto della popolazione. Le parti deboli, d’intralcio o pericolose, hanno un luogo a loro deputato in cui stare. Anche i morti per definizione vivono separati dai vivi. Siamo consapevoli che non sempre è stato così, ma per noi oggi è un dato di fatto».
Con The end Babilonia Teatri vuole provocare, spingere a interrogarsi in una società in cui la morte viene sì esorcizzata in diversi modi (teschi sui vestiti, turismo in luoghi di omicidi…) ma non viene realmente affrontata.

Dopo le lezioni propedeutiche alla visione, in cui sono stati presentati la poetica e lo stile particolarissimi di Babilonia Teatri, con il loro modo di essere lo specchio della società che ci circonda, gli studenti del Liceo Classico, del Liceo delle Scienze Umane, del Liceo Scientifico, dell’Istituto d’Arte e dell’ITI hanno assistito a uno spettacolo di contemporaneo che li ha spiazzati.
E lo spiazzamento ha provocato diverse riflessioni e domande che sono venute fuori il giorno dopo, durante l’incontro con Enrico Castellani che ha spiegato agli studenti la nascita di The end, la necessità di affrontare questo tema-tabù e di farlo nel proprio stile anti-naturalistico, privo di interpretazione, per poter rappresentare tanti punti di vista contraddittori tra loro su una stessa tematica. Senza filtri, senza finzione, senza abbellimenti.

Enrico Castellani incontra gli studenti

E allora più che lecita la riflessione di una ragazza che durante l’incontro con l’autore ha detto «ci avevano spiegato a lezione che la vostra comunicazione è diretta e senza filtri, ma non pensavo potesse arrivare in maniera così potente. A scuola di recitazione ci hanno insegnato che il Teatro è finzione mentre voi fate esattamente il contrario portando la realtà sul palcoscenico… non me lo sarei mai immaginato che fosse possibile anche questo». Ecco la consapevolezza e l’apertura verso altri modi di esprimersi; Enrico Castellani lo puntualizza: «vedete più teatro possibile, solo così potrete rendervi conto che esistono altre modalità di fare teatro». E mai dimenticare che questo discorso di diversità/pluralità può essere applicato a ogni altro ambito rivelandosi così una lezione di vita.

Molti studenti sono intervenuti esprimendo le loro impressioni, rivolgendo domande sulla scelta delle musiche, sulla scenografia, sul tipo di linguaggio utilizzato. Hanno anche messo in luce delle criticità su alcune scelte che rappresentano in The end uno spartiacque, una su tutti la decisione di portare sul palco, anche solo per pochissimi minuti, il figlio della stessa coppia Castellani-Raimondi, simbolo di vita e di nascita. Attraverso questa osservazione è emerso un problema su cui si stanno interrogando i Babilonia stessi: la realtà, un corpo vero sul palcoscenico, è molto più forte della finzione; e allora come fare? Come continuare a fare teatro, in che modo? Gli stessi studenti sono arrivati al nocciolo di un discorso ben complesso, su cui i Babilonia Teatri stessi continuano a interrogarsi.

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