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Ripensando a Justice di Mara Cassiani

Ripensando a Justice di Mara Cassiani

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foto di Luigi Gasparroni

Un momento idilliaco: la visione della Venere di Botticelli accompagnata da una musica soave, rinascimentale, delicata e armoniosa. Si apre così Justice, ultimo lavoro della coreografa marchigiana Mara Cassiani, presentato a Civitanova Danza. L’ombra del corpo della performer proiettata sopra il celebre dipinto – la stessa Cassiani, in versione Venere post-digitale, decadente – è inizialmente impercettibile, perché lo splendore dell’immagine è tale che riempie gli occhi. Si fatica a smettere di ammirare l’opera di colui che ha fatto dell’imperfezione la sua forza: è noto come il corpo della figura quattrocentesca sia sproporzionato e non tenga conto dei canoni accademici; ma nonostante ciò il dipinto è stato definito un capolavoro e ha influenzato tutta la pittura successiva, spingendo ogni volta alla contemplazione, forse anche per la sua simbologia nascosta, per la sua bellezza irregolare che ha attraversato le epoche. Ma possiamo oggi parlare di contemplazione? È una caratteristica che non ci appartiene perché richiede lentezza e concentrazione; niente di più lontano dal mondo caotico e veloce in cui viviamo, dove migliaia di immagini ci investono e su cui ci soffermiamo solo pochi secondi, il tempo di uno scroll (su instagram, facebook, sui siti web più vari) o di un passaggio in metropolitana (la pubblicità che invade le nostre città). Il tempo dell’ammirazione diventa merce rara, soprattutto sembra trasformarsi in sopportazione: l’inizio di Justice ben gioca su una dilatazione temporale che sembra protrarsi in maniera indefinita; i movimenti della coreografa si ripetono di fronte a un’immagine che piano piano – grazie a un imponente lavoro di editing –  va perdendo la sua raffinatezza, la sua qualità. Al quadro della Venere vengono infatti sovrapposti alcuni dettagli ingranditi dello stesso dipinto (la mano della fanciulla, il suo occhio): si perde la visione generale, ci si sofferma sul particolare che però viene privato di nitidezza, di qualità: l’immagine diventa sgranata e lascia poi posto a semplici pixel colorati, a una vera e propria decomposizione della visione.

foto di Simona Pagano
foto di Simona Pagano

Il pubblico in sala assiste a una destrutturazione della bellezza e contemporaneamente a un disfacimento musicale: la melodia soave di fondo perde gradualmente le sue note armoniche e al suo interno si innesta un sottofondo noise che si fa continuo, un disturbo impercettibile che piano piano diventa il suono principale che accompagna la visione. Come l’immagine, anche la musica esegue lo stesso processo di demolizione passando attraverso il tanto acclamato oggi dj-set e l’utilizzo di mp3/Ipod/iphone che permettono di saltare da una traccia all’altra senza alcuna soluzione di continuità. E la stessa destrutturazione si ritrova nei movimenti coreografici e nel corpo della performer: non c’è ricerca di belle forme, non ci sono gesti accademici, ma un processo che porta allo sfinimento fisico di chi fa e di chi guarda, al “degrado” del gesto e dello sguardo su di esso.
Velocità, perdita di qualità, nessuna interconnessione, bombardamento visivo: Mara Cassiani – supportata da un team di professionisti del suono e delle immagini come Gianandrea Poletta, Kamilia Kard, Enrico Boccioletti e Francesco Vecchi (questi ultimi due seduti ai lati del palco con i loro computer e mixer audio) – suggerisce come sia cambiata col tempo la ricezione di immagini, musica e bellezza, costringendoci a riflettere su come oggi le stesse vengano ripensate, riprodotte, mostrate e percepite da chi le guarda e da chi, a sua volta, se ne appropria rielaborandole e riproponendole alterate secondo il proprio gusto.

foto di Alessandro Giambartolomei
foto di Alessandro Giambartolomei

Lo spettacolo non si ferma all’analisi della voracità di immagini verso cui siamo continuamente spinti, ma indaga le varie sfumature di una nuova estetica che si sta affermando. E così i volti di Twiggy, Lana Del Rey, Madonna e Miley Cyrus, accostati sullo schermo e alle spalle della Cassiani, si sostituiscono alla Venere di botticelliana memoria: ieri era lei l’icona della bellezza, oggi il punto di riferimento si trova da tutt’altra parte. Una volta superato il celebre dipinto, le immagini riprodotte in Justice si fanno sempre più vicine al nostro tempo, lontane dal nobile e aggraziato Rinascimento che fu: la mano della Venere sarà stilizzata, il gesto riprodurrà un segno di vittoria (qui realizzato da Gianandrea Poletta), l’occhio sarà estremamente pop, riproposto in una grafica semplificata; gli accostamenti iconografici diventano arditi ma sono il perfetto specchio di quello che può accadere navigando in internet, dove non c’è connessione di causa in ciò che si guarda (come nei social networks).

Ma ecco l’ulteriore scarto che compie lo spettacolo: le slide proiettate in Justice si sovrappongono sullo schermo, soffocano il corpo neutro e in movimento della performer, come a volerci comunicare che l’identità di una persona si deve continuamente confrontare con le icone, i simboli, le foto e i ritocchi che si affacciano quotidianamente sui nostri schermi, appartengono alle generazioni del presente. Il  corpo subisce un continuo confronto con il mondo imperante delle immagini che ne determinano il nuovo linguaggio ma soprattutto l’evoluzione umana.

foto di Luigi Gasparroni
foto di Luigi Gasparroni

Assistiamo così inermi a un bombardamento, quello di un’estetica post-internet, influenzata dall’uso delle nuove tecnologie, dalla realtà aumentata, dal kitch, dal trash: tutto si somma, niente si cancella. Rappresentative sono quindi le immagini e le gif, utilizzate dalla Cassiani, dell’artista Kamilia Kard che concentra la sua ricerca sulla costruzione dell’identità nell’era di internet: le icone rinascimentali completamente decontestualizzate diventano piccoli motivi di una texture, Romeo e Giulietta si trasformano in un anziano che guarda una prostituta; un cuore stilizzato che pulsa può apparire su una figura esanime, dipinta, tanto quanto su un corpo in carne ed ossa sul palco, annullando il piano di realtà/finzione e dando vita a una dimensione che ancora non conosciamo ma verso cui ci stiamo affacciando.

Justice non è un semplice spettacolo di danza; è più un lavoro performativo che mescola diversi linguaggi, ponendoli esattamente sullo stesso piano: la musica, i movimenti del corpo, la body art e le immagini visive si modificano sotto l’influenza dei nuovi media che entrano prepotentemente nelle nostre vite suggerendo un nuovo immaginario collettivo e un nuovo mondo, aumentato: il presente in cui viviamo è composto dalla realtà tanto quanto dalla finzione.

Carlotta Tringali

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