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Dalla residenza al debutto digitale: aspettando Zoé. Intervista a Luna Cenere

Dalla residenza al debutto digitale: aspettando Zoé. Intervista a Luna Cenere

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Nel periodo pandemico, i teatri sono chiusi al pubblico ma non agli artisti. Si può continuare a creare, grazie alle residenze artistiche, ma ovviamente cambia lo sguardo, l’obiettivo, la relazione con il fuori che continua a essere cangiante e sfuggente.

La coreografa Luna Cenere, Premio Danza&Danza 2020 come miglior coreografa emergente, ha abitato il Teatro Rossini di Pesaro – nell’ambito di Residenze Marche Spettacolo, un progetto promosso da MiBACTRegione MarcheAMATComune di Pesaro e Consorzio Marche Spettacolo – per terminare la creazione di Zoé nella sua primissima versione digitale.

Proponiamo qui un’intervista alla coreografa Luna Cenere con cui abbiamo attraversato il lavoro nel processo creativo che poi lo porterà al suo debutto in prima assoluta sul canale digitale di AMAT www.marcheinscena.it mercoledì 24 febbraio ore 21.15. Alle ore 18.30, dello stesso giorno, Luna Cenere conversa con la giornalista e critico Maria Luisa Buzzi di Danza&Danza su Zoom, ingresso libero. [QUI TUTTE LE INFO]

 

INTERVISTA A LUNA CENERE

Dalla scheda di Zoé leggiamo: “Zoé è la costruzione di uno spazio in cui una piccola comunità di corpi è riportata al grado zero della vita. Uno spazio di ‘riflessione’ sul corpo e sull’esistenza che nella sua nudità si offre allo sguardo, umana, animale, spersonalizzata, acefala. animale, spersonalizzata, acefala”.
Zoé arriva da lontano, da un mondo che non conosceva il Covid. Ma ora lo sta attraversando e si sta confrontando con una fruizione del tutto sperimentale e nuova, entrando in un terreno sconosciuto, quello del digitale. Cosa ti ha spinto a ripensare Zoé e a cogliere questa sfida?

La scrittura dello spettacolo era stata completata già nell’ottobre 2019 proprio durante una residenza nelle Marche al Teatro Annibal Caro di Civitanova Marche (guarda qui la video-intervista, ndr).  A quel tempo il Covid-19 non aveva ancora preso la forma di una pandemia mondiale e non c’erano limitazioni di alcun genere sul processo creativo. Abbiamo conservato quella forma senza modificarla, rispettando i protocolli ovviamente. Attraversare questo anno di difficoltà e inevitabili riflessioni ha arricchito la mia consapevolezza sul tema che lo spettacolo affronta. Come tutti i processi, si passa sempre per un momento di messa in discussione o se si vuole, di crisi, che in questo caso è il frutto anche delle circostanze storico-culturali. Ho dovuto riflettere molto sul tema del digitale prima di affrontarlo personalmente. Come ben dici, ho deciso di cogliere una sfida, per spingere il processo e me stessa oltre una confort-zone cimentandomi in una regia video. Lo spettacolo è stato creato per essere fruito dal vivo, come un’esperienza fisica per lo spettatore e il mio desiderio resta comunque quello di poterlo portare in teatro con il pubblico in presenza.

La tua danza è legata a un forte senso di comunità, al contatto. Come si trasla questa necessità creativa nella sfera digitale?

Ho cercato di affrontare questo mezzo nel modo più consapevole possibile perché questo senso di comunità e di contatto non si perdesse. Ragionando sul medium, sulle possibilità e i limiti che lo costituiscono. Per questo ho voluto che l’occhio della camera si muovesse come l’occhio dello spettatore, raccogliendo dettagli senza perdere la visione d’insieme. Si tratta pur sempre di una scelta di sguardo e in questo sta il suo limite inevitabile. Questo strumento ci permette di essere molto vicini e molto lontani allo stesso tempo, ascoltare il nostro respiro anche se a chilometri di distanza. Tentiamo di avvicinare in nostro pubblico in un momento in cui la distanza è un tema forte.

C’è una parola chiave che può guidare la visione dello spettacolo?

Questa domanda mi mette un po’ in difficoltà… Sono tante le parole che mi vengono in mente e mi piacerebbe anzi che gli spettatori potessero approcciarne la visione senza guide o aspettative. Inoltre io sono troppo dentro il processo in questo momento; posso dire però che spero che questo lavoro possa donare a chi lo vedrà ciò di cui credo abbiamo tutti profondamente bisogno: umanità, semplicità, delicatezza e bellezza.

Ci regali un’immagine di Zoé che ti sta particolarmente a cuore? Spiegaci anche perché è speciale per te.

Questa immagine mi è molto cara. È stata scattata a Castiglioncello durante una residenza ad Armunia. È stato durante quei giorni che ho preso la decisione di creare questo spettacolo dandogli anche il titolo. All’inizio il ciclo di residenze era stato stabilito per scrivere il vocabolario di movimento che avrebbe nutrito il percorso creativo del Progetto Genealogia. In modo molto naturale è apparsa ai miei occhi la possibilità di andare oltre il progetto con il gruppo di lavoro. Quella residenza è stata preziosa e un momento bellissimo della creazione.

Cosa significa in questo periodo abitare un teatro, nello specifico il Teatro Rossini di Pesaro, che può accogliere solo artisti e tecnici e non il pubblico?

È un momento difficile e triste per tutto il settore. Viviamo in una condizione di vuoto di cui le platee si sono fatte simbolo e metafora concreta. Ci si sente inevitabilmente più isolati. Come andare a fare spettacolo da soli e da soli tornare a casa.

Il momento che preferisci della residenza creativa? E di questa in particolare?

Le residenze sono tempo, tempo preziosissimo. Quando ricevo questo tempo per sperimentare tutte le idee e le immagini che hanno abitato la mia testa (di solito per mesi prima di andare in sala) vivo un forte entusiasmo. L’inizio, ancora lontano dalla pressione del debutto, in cui questo tempo sembra tantissimo… Dopo questo momento inizia di solito la scrittura e la definizione dei dettagli che accompagnano la partitura (luce, spazio…). In questa residenza eravamo alle battute finali, quindi più sotto pressione. È stata una residenza particolare, perché appunto mi sono confrontata con la scommessa del digitale. Il momento più bello è stato a fine lavorazione, l’ultimo giorno. Realizzare che lo spettacolo era fatto, finito, pronto per la proiezione, ha significato la fine del processo creativo dopo 2 anni. L’abbraccio e l’in bocca al lupo di tutti i miei collaboratori è stato commovente.

Cosa speri che lo spettatore digitale si porti con sé dopo aver visto lo spettacolo?

Mi auguro che lo spettatore porti con sé i sentimenti di umanità e meraviglia, che sono per me ciò di cui si fa esperienza in teatro.

E tu, cosa porti con te da questa residenza?

Un’esperienza nuova che mi ha insegnato tanto e mi ha dato più consapevolezza. Tanta gratitudine verso i partner che mi hanno sostenuta e guidata in un momento così delicato. Resto con il fiato sospeso, in attesa del 24 febbraio.

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Debutto in prima assoluta sul canale digitale di AMAT www.marcheinscena.it mercoledì 24 febbraio ore 21.15.
[biglietto € 5 acquistabile su vivaticket.com entro 3 ore prima dell’inizio dello spettacolo]

Alle ore 18.30, dello stesso giorno, Luna Cenere conversa con la giornalista e critico Maria Luisa Buzzi di Danza&Danza su Zoom, ingresso libero. [QUI TUTTE LE INFO]

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