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Anatomies of Intelligence: un’intervista durante la residenza digitale

Anatomies of Intelligence: un’intervista durante la residenza digitale

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Artisti internazionali provenienti da Portogallo (Joana Chicau), USA (Jonathan Reus) – entrambi residenti in Olanda – e Italia (Umanesimo Artificiale) insieme per un progetto esclusivo che vede dialogare performance e intelligenza artificiale: Anatomies of Intelligence a cura di Umanesimo Artificiale di Filippo Rosati, Joana Chicau e Jonathan Reus unisce ricerca e spettacolarizzazione di corpi e algoritmi.

Il primo agosto è iniziata la residenza artistica digitale di Anatomies of Intelligence, progetto tra quelli selezionati dal bando Residenze Digitali, proposto da AMAT – insieme al Centro di Residenza della Toscana Armunia – CapoTrave/Kilowatt che ne è il promotore, la Cooperativa Anghiari Dance HubATCL per Spazio Rossellini in collaborazione con Regione MarcheRegione ToscanaRegione LazioMiBACT e alcuni Comuni del territorio.
La call del bando per le Residenze Digitali ha invitato la comunità artistica a esplorare le possibilità creative del digitale in un momento in cui l’attività del teatro si è repentinamente trasferita sul web e con esiti che spesso non hanno tenuto conto del contesto in cui si andava a intervenire. L’acceso dibattito che ne è seguito ha ruotato ora attorno al paragone con il teatro in tv, mezzo diverso dal web e dai social, ora alla domanda “teatro in streaming sì o teatro in streaming no” tralasciando spesso il punto più importante del discorso: come intervenire efficacemente sul web? Il bando ha posto l’accento su questa domanda e insieme a Anatomies of Intelligence sono risultate convincenti le risposte di Agrupación Señor Serrano (Barcellona) con PrometheusNicola Galli con Genoma scenico | dispositivo digitaleEnchiridion con Shakespeare Showdown/ Romeo & Juliet, Giselda Ranieri e Simone Pacini con Isadora. The TikTok Dance Project e Illoco Teatro con il progetto K.

Abbiamo intervistato Filippo Rosati, Joana Chicau e Jonathan Reus per farci raccontare di più sul progetto Anatomies of Intelligence che sta crescendo giorno dopo giorno durante questa residenza digitale.

Il titolo del vostro progetto, Anatomies of Intelligence, intreccia due termini che sembrano tra loro in contrapposizione: l’anatomia richiama il corpo, l’umano, mentre l’intelligence rimanda alla mente artificiale. Come è nato questo progetto?

Anatomies of Intelligence è un progetto di ricerca artistica nato qualche tempo fa dal nostro interesse personale e dalla nostra curiosità di ricercare connessioni tra la base di conoscenza in campo anatomico e l’indagine sulla “anatomia” dei processi di apprendimento computazionali.
Crediamo che non ci sia una divisione netta o una contrapposizione nel modo in cui colleghiamo i due concetti di “anatomia” e “intelligenza”: li vediamo sia relativi al corpo e alla sua storia, sia alla macchina e alla sua storia. Abbiamo studiato il passato e il presente della scienza anatomica, nonché le “anatomie” degli algoritmi di intelligenza artificiale e della gestione dei dati. Siamo incuriositi da come la nozione di “intelligenza” è percepita e definita in entrambi i campi dalle tensioni che ne derivano. Quindi il titolo Anatomies of Intelligence è per noi una provocazione e una modalità di indagine artistica.

Il progetto vede la collaborazione di tre professionisti che, attraverso un lavoro distinto e articolato, creano una “spettacolarizzazione di corpi e algoritmi”: potreste raccontare nel dettaglio come si articola il vostro processo creativo?

Abbiamo iniziato il progetto costruendo un repository online  che raccoglie terminologie e tecniche per un esame critico dell’anatomia di modelli e processi di apprendimento sia umano che delle macchine. Questo catalogo è un documento in continua evoluzione, nel senso che continua ad arricchirsi mano a mano che la nostra ricerca si evolve.
L’interfaccia del catalogo funziona come un toolkit che utilizziamo sia per documentare la nostra ricerca, ma anche come strumento per esplorare, attraverso le varie performance che facciamo, come i dati che raccogliamo possano aiutarci a dare senso agli algoritmi di machine learning. Sviluppando noi stessi tutti i nostri strumenti di indagine e i dataset quindi, siamo in grado di avere un controllo totale sui processi di elaborazione e di apprendimento, così come sui gesti umani che si contrappongono alle rappresentazioni opache e predeterminate degli algoritmi.
Da due anni stiamo esplorando vari modi di interagire live con gli algoritmi, cercando di fare emergere e dare forma tangibile agli algoritmi stessi, per portarli a una dimensione più umana. Oltre alle performance, abbiamo iniziato a presentare formati ibridi che combinano livecoding, letture performative ed esercizi partecipativi, aprendo molte possibilità di dialogo con varie community e con gli spettatori. Per questo progetto, insieme ad Umanesimo Artificiale, stiamo cercando di ripensare l’esperienza dell’utente in prima persona e mediata da una piattaforma digitale.

State svolgendo una residenza digitale il cui esito vedremo a fine anno: che cosa si deve aspettare il pubblico?

Per questa residenza costruiremo un nuovo hub per la nostra interfaccia del catalogo, una piattaforma simile a un teatro digitale che presenta il nostro set di dati e il contenuto del catalogo in un formato interattivo. Vogliamo invitare il pubblico a impegnarsi attivamente nell’esplorazione dei dati, individuando le connessioni all’interno di parti diverse, esponendo al contempo le sfumature e i pregiudizi della costruzione e classificazione dei dataset.
Il nostro focus sul teatro segue il tema del progetto ed è una connessione con il primo Illuminismo europeo, quando il teatro anatomico era un palcoscenico per la formazione della conoscenza. È una grande sfida ma al contempo molto stimolante dato che stiamo operando in un contesto digitale. Questa sfida comporta ripensare il ruolo dello storytelling, della composizione algoritmica audiovisiva e del design delle interfacce web con le quali interagiranno gli utenti.

Voi affermate che il vostro intento sia di “ridefinire il concetto di spectatorship e online scenography”: potreste spiegare perché e come sia possibile farlo?

Sì, vogliamo lavorare sulla scenografia del teatro digitale in modo da avvicinare lo spettatore – fisicamente lontano – all’opera. Vogliamo tracciare un parallelo tra le modalità esperienziali del teatro anatomico edun’esperienza attiva dei processi di machine learning facilitando l’incontro tra i corpi fisici e quelli immateriali dei dati.

Qual è la sfida più grande del progetto?

Le sfide sono su diversi livelli. Ci sono le sfide tecniche di costruire un’esperienza digitale che possa essere usufruita da un pubblico vasto con varie conoscenze tecnologiche e condizioni di connessione Internet. Poi ci sono le sfide da un punto di vista contenutistico, che sono quelle di rendere “arte” una tecnologia altamente sofisticata. Tuttavia, siamo entusiasti di accettare questa sfida. Documenteremo il processo e lo renderemo disponibile open source perché crediamo che il valore di questa residenza sia la performance finale tanto quanto il processo che ha portato alla performance.

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